Il circo itinerante trasporta alcuni grossi felini, gioia dei marmocchi che affollano lo spettacolo della domenica pomeriggio. Ci sono tigri e leoni, che ruggiscono dalle loro gabbie. I grossi felini, nati per correre nella savana e nella jungla, non comprendono bene per quale motivo siano prigionieri di quei piccoli, lenti e rumorosi bipedi. Li azzannerebbero volentieri, prima di scappare da quel luogo puzzolente. Poi cercherebbero la boscaglia per poter vivere come la loro natura esige. La leonessa è gravida, per cui negli spettacoli viene tenuta in disparte. La nascita di un leoncino in cattività è sempre un evento, anche nel circo. Tutti gli umani, acrobati, giocolieri, domatori e clown, aspettano con ansia che quel tenero micione entri ufficialmente nel nostro mondo. La leonessa vorrebbe viceversa che suo figlio, o sua figlia, nascesse in un luogo meno sporco, e specialmente che non nascesse dietro le sbarre. Quella notte la leonessa inizia il travaglio, ed il leone, padre del nascituro, si agita e cammina avanti ed indietro. Lui dovrebbe essere il re della foresta, o della savana, ma adesso è solo un padre nervoso. Le tigri, collocate in una gabbia diversa, sono come ipnotizzate dall'evento, ed hanno smesso di ruggire. Poi finalmente una testolina con gli occhioni ancora chiusi emerge in questa realtà. Nessuna ostetrica è presente ad aiutare la leonessa a diventare mamma, ma poco alla volta la leoncina neonata tocca terra e rotola su se stessa. Subito la mamma la lecca e la pulisce, e lei, la leoncina, apre gli occhi e miagola. Il mattino successivo, il domatore dei leoni è il primo tra gli umani a diffondere la lieta notizia. Dopo di che tutti i lavoranti del circo accorrono a salutare la nuova arrivata. Lei si rende subito conto di essere bella ed acclamata, e lancia sguardi tenerissimi a tutti i visitatori. Tutti le vogliono bene, a partire dai bambini che affluiscono in massa al circo. Qualcuno potrebbe pensare che gli acrobati o i clown si sentano offesi dalla popolarità della leoncina, ma non è così: è bella, simpatica e piace a tutti. Ragion per cui la polizia, chiamata da un allarmato direttore del circo, non sa spiegarsi chi possa averla rapita. L'opinione pubblica insorge, pretendendo che le autorità agiscano in fretta e bene. Si direbbe che tutti abbiano adottato la leoncina, anche quelli che non l'hanno mai vista. L'inchiesta dura alcuni mesi, per chiudersi con un nulla di fatto: nessuna traccia, nessun colpevole. Le tigri del circo sarebbero in grado di raccontare dove sia finita la leoncina, ma nessuno è stato in grado di interpretare i loro ruggiti. I genitori della piccola stavano mangiando, quando lei si è allontanata. Camminava a malapena, ma già voleva esplorare il mondo, cominciando da ciò che si trovava fuori dalla gabbia. Le tigri l'hanno vista scivolare tra le sbarre, ed avrebbero voluto fare altrettanto, ma erano troppo grosse. La leoncina non è uscita da un punto qualsiasi, bensì dalle scale d'accesso, evitando un salto che avrebbe messo in allarme i genitori. Si sarebbero voltati, sentendola toccare il suolo, e miagolare per la botta. Ma lei è scesa dalle scale, con il suo fare regale che aveva indotto gli umani a chiamarla Principessa. Le tigri avevano provato a dirle di fare attenzione ai molti pericoli in agguato, ma lei era troppo presa dalla sua nuova veste di esploratrice. Allora le tigri hanno richiamato l'attenzione dei leoni, ed i leoni sono accorsi, ma solo per vedere la loro piccola, con la coda ritta, uscire dal tendone. La mamma ha mugolato invano il nome della sua Principessa, ma lei non era più lì. Odori, colori e suoni strani aggrediscono i sensi della leoncina, e lei inizia a seguire una pista più bella, colorata e profumata delle altre. Cammina a lungo e si stanca. Poi, quando si ricorda della mamma e del papà, si guarda attorno e si accorge di essersi persa. Vorrebbe bere il latte dalla mamma, ma la mamma non è lì. Principessa ha fame e freddo. Si è allontanata troppo dal carrozzone del circo, e non sa come tornare indietro. Rumori strani percorrono la notte. Un leone adulto ruggirebbe per zittire chiunque nei paraggi. Lei però è una cucciola, ed il suo ruggito fa solo tenerezza. La mamma la chiama da lontano, ma Principessa ha completamente perso il senso dell'orientamento. Ora la leoncina conosce per la prima volta nella sua vita lo sconforto, ma la sua natura felina le impedisce di abbattersi. Non potendo mangiare, non le resta che rintanarsi sotto un cespuglio e dormire. Dorme e sogna la mamma, il papà ed il circo che forse non vedrà più. La mamma di Principessa sogna la piccola, e la vede lontanissima. Ruggisce nel sogno e nella realtà, poi si sveglia affranta. La mutante Ferox non sempre dorme di notte; il più delle volte percorre le strade della città vigilando. Quella notte invece la donna leopardo di Evolution si è lasciata tentare dal sonno. Ed in quella dimensione dell'esistenza Ferox percepisce nettamente il richiamo di una mamma per una figlia. Se avesse la possibilità di seguire una traccia olfattiva, la donna leopardo si metterebbe subito alla ricerca di Principessa. Purtroppo il messaggio che ha ricevuto richiederebbe i talenti di Navigatrice, Maga e del dottor Occulto. Le due colleghe di Evolution ed il maestro di tutte loro dovranno essere informati di quel richiamo disperato. Occulto prende subito a cuore l'allarme della sua allieva felina. Lungi da lui offendere la sensibilità di Ferox. Lui sa quanto sia grande la capacità della donna leopardo di immedesimarsi negli altri. Gli umani possono credere che Ferox sia una macchina per uccidere, ma non è così. La natura mutante crea sensibilità differenti e differenti ruoli. Solo gli umani sono così presuntuosi da ritenere che gli altri esseri viventi siano loro inferiori. Ferox avrà l'aiuto che chiede. Nel frattempo, Principessa viene svegliata da una lingua che l'accarezza sul muso. Nel dormiveglia, la piccola si illude di stare ancora assieme alla sua mamma, e si stira contenta. Quando apre gli occhioni però si trova muso a muso con un grosso animale munito di tantissimi denti. Il lupo studia quello strano essere, e lo fiuta. Non intende mangiarlo, sebbene si tratti di un tenero bocconcino. Il lupo non è un assassino, nonostante ciò che gli umani dicono a proposito dei cugini genetici dei loro cani. Un secondo lupo vorrebbe viceversa assaggiare la leoncina, ma il maschio alfa mostra i denti e rizza il pelo, in una dimostrazione di potere. Il secondo lupo mette la coda tra le zampe, e si allontana con sollecitudine. Arriva quindi una delle femmine anziane del branco, che capisce subito di cosa abbia bisogno quella strana bestiolina. Principessa capisce di potersi fidare di quella lupa grigia, che, sebbene non sia grande come la sua mamma, emana sicurezza e comando. La piccola viene subito condotta da una seconda lupa, che ha appena finito di allattare i suoi piccoli. Con la generosità tipica di certe cosiddette bestie, la lupa adotta Principessa, che subito si attacca alle sue mammelle. Navigatrice non ha molto su cui lavorare, ma il suo potere di ricostruire le tracce passa attraverso la mente di Ferox. Le due mutanti realizzano una sorta di fusione mentale, al fine di ottenere un lumicino di speranza. Ed in effetti Navigatrice percepisce a livello subliminale un ponte psichico molto tenue, che va dalla leonessa madre, alla piccola, scomparsa ma ancora viva, ad un terzo animale non felino. Si tratta della lupa che sta allattando Principessa, ma le due mutanti non lo sanno ancora. La speranza di ritrovare la leoncina si rafforza, grazie alla certezza che non morirà di fame. Così Principessa diventa la mascotte del branco, ed apprende dai lupi a correre, ma non ad abbaiare ed ululare. Trascorre qualche mese, e, sebbene il branco dei lupi si trovi in una zona quasi disabitata, qualcuno nota la presenza della leonessa. Principessa è ancora una cucciola, ma si vede chiaramente che non è una lupa, specie perché cresce più in fretta. Fosse un maschio, probabilmente troverebbe occasioni e pretesti per litigare, ma Principessa pensa solo a giocare e correre con i nuovi amici. Numerose leggende ci insegnano che le situazioni paradisiache sono destinate a terminare. La storia ce ne dà conferma: esistono individui che non sopportano la felicità altrui, ed inventano scuse per interromperla. Appena si diffonde la storia della leoncina che corre con i lupi, numerosi soggetti si muovono per raggiungere il luogo dell'avvistamento. Ferox comprende immediatamente che si tratta della sua leoncina, e prende contatto con il dottor Occulto. Tra quelli che intendono decidere il destino di Principessa, ci sono persone che sbandierano le buone intenzioni. Chiunque abbia un po' di memoria e discernimento sa che le buone intenzioni il più delle volte producono guai. Chi abbia buone intenzioni è pregato di comunicarle ai beneficiari, prima di prendere iniziative unilaterali. Questi benpensanti decidono di narcotizzare la leoncina, perché, secondo loro, è contro natura che viva in mezzo ai lupi. Come se gli umani avessero una minima idea di cosa voglia dire “contro natura”! La natura si muove attraverso le sperimentazioni sul campo, senza bisogno di spiegarlo o chiedere il permesso agli stupidi e transitori bipedi che si atteggiano a vertice della catena alimentare terrestre. Poi ci sono quelli che hanno cattive intenzioni, e sono felici di averle. Ferox preferisce avere a che fare con loro, perché di solito i suoi artigli sono più che sufficienti ad azzerare i loro intenti nefasti, assieme alla loro inutile vita. Principessa ed il branco sono ignari di essere puntati dai “buoni” e dai “cattivi”. In mezzo c'è Evolution, che ha a cuore solo il meglio per la simpatica cucciola di leone. Da una parte ci sono i fucili caricati con proiettili narcotizzanti. Dall'altra ci sono proiettili veri, da caccia grossa, in grado di fare a pezzi la povera creatura. Ferox sa che oggi il sangue scorrerà nell'erba, ma non sarà quello di Principessa. La Maga, collega di Ferox, dispone di un potere mentale superiore alla comprensione umana. Tiene d'occhio, senza bisogno di avvicinarsi fisicamente, lo schieramento degli stupidi ambientalisti. Ferox ha già preso posizione alle spalle dei cacciatori; i sensi di costoro sono talmente ottusi da non rendersi conto che la donna leopardo dista pochi metri. I cacciatori ridono stupidamente, mentre inquadrano Principessa. Lei, la cucciola, gioca spensierata, non sapendo che potrebbe morire da un momento all'altro. I “buoni” fanno la prima mossa, inserendo un proiettile narcotizzante nel fucile. Questi sedicenti ambientalisti fingono di non sapere che un anestetico può avere effetti collaterali gravi. Potrebbero ferire ed anche uccidere la leoncina, della quale non conoscono i parametri vitali ed i valori ematici. Il dito si accinge a premere il grilletto fatale, poi però si blocca assieme all'intero corpo dello stupido soggetto. La Maga blocca allo stesso modo tutti e cinque i componenti della squadra “di salvataggio”. Poi, con un lieve incremento della pressione mentale, li precipita in un sonno senza sogni. Buon per loro che Ferox fosse occupata con i cattivi, perché non se la sarebbero cavata con un mal di testa. Sempre ignara la leoncina corre e salta. Finché il capo branco fiuta i nemici, ed ulula il suo allarme. Spinta da un atavico bisogno di rispondergli, Ferox emette un agghiacciante mugolio di morte imminente. I lupi e la leoncina odono Ferox, e si immobilizzano. A questo punto, la feccia umana che imbraccia il fucile è certo di potere uccidere. Ferox balza in mezzo agli umani armati di fucile, che non sanno come reagire. Alcuni riconoscono la mutante di Evolution, e non vogliono rischiare di farsi sventrare. Altri, assetati di sangue, pensano che quella sia la più grande tra le prede. Sfortunatamente per loro hanno ragione, ma solo per quanto riguarda l'importanza. Per quel che concerne il ruolo, sono loro ad essere la preda, e Ferox è la cacciatrice. Il tizio che stava per sparare alla leoncina commette l'ultimo errore della sua sciocca esistenza: accenna ad usare il fucile contro la mutante di Evolution. Artigli che intaccano il metallo non incontrano alcuna difficoltà a strappargli il braccio destro, poco sotto la spalla. Dapprima non sente dolore, ma il braccio è già distrutto, ed il sangue scorre copioso. Il cacciatore sviene per lo shock; in tal modo evita di vedersi morire dissanguato. Arrivano i lupi e si fanno carico di altri due fessi armati di fucili troppo grossi per loro. I lupi fanno quel che devono fare: affondano le loro zanne nelle gole, e strappano ciò che c'è da strappare. Infine Ferox incontra Principessa, ed un immediato feeling si stabilisce tra le due feline. I lupi osservano ammirati, tralasciando gli umani morti o moribondi. Del resto in natura i fallimenti si pagano, e chi vuole uccidere a volte viene ucciso. Quella notte, il potere della Maga consente a Ferox e Principessa di entrare nei sogni della mamma leonessa. Ferox trova ancora un dolore residuo, perché la mamma non ha ancora scordato la figlia. Nel sogno, mamma e figlia si incontrano e si salutano, condividendo le emozioni degli ultimi avvenimenti. Principessa rimarrà nel branco dei lupi, almeno per ora. Forse un giorno ne diverrà la leader, come suggerisce il nome che le hanno attribuito gli umani. L'incontro onirico sana la ferita del ricordo: la mamma non cercherà più la figlia, perché in cuor suo sa che ha iniziato una nuova vita. Principessa serberà della mamma una calda sensazione, a cui non corrisponderà più un immagine precisa, perché così potrà vivere meglio il futuro che l'aspetta.
domenica 29 agosto 2010
domenica 22 agosto 2010
SETE DI SANGUE_libro 3°_96° episodio
Il capobranco annusa l'aria e fiuta la pista. Tutti gli altri voltano il muso nella direzione da lui indicata, ed iniziano a correre. Nella corsa c'è qualcosa di gerarchico, perché è la gerarchia a tenere assieme il branco. Subito dietro al maschio dominante, si posizionano i due vice, che sono grossi quasi quanto lui. Nelle posizioni intermedie della muta, trovano posto le femmine più grosse e dominanti. Chiudono la corsa i cuccioli, sorvegliati dagli anziani. Dietro ancora, il capo ha deciso di collocare un gruppetto di giovani lupi, particolarmente ardimentosi. Il capobranco non vuole correre il rischio che la retroguardia della sua muta sia troppo vulnerabile ad attacchi inattesi. Sembrano lupi, ma sono dei mutaforma. Nati come esseri umani, hanno iniziato a trasformarsi in lupi a partire dalla pubertà. La scelta della forma è stata dettata dalla tradizione del clan. Potevano diventare animali diversi, mantenendo la massa iniziale. Come lupi sono decisamente robusti, come leoni sarebbero stati piccoli. La luna piena aiuta in qualche modo la trasformazione, ma il branco ormai riesce ad organizzare le sue scampagnate in ogni periodo dell'anno. Il capoclan, un lupo nero del peso di quasi un quintale, schizza tra gli alberi, saltando con agilità e potenza ogni ostacolo presente sul terreno. I suoi vice non hanno problemi a stargli dietro, essendo più o meno bestie della sua stazza. Sono meno forti di lui, ma di poco. Comunque non lo sfiderebbero perché il carisma del capo è fuori discussione. Almeno per quest'anno. Il branco si distribuisce su una superficie molto ampia, perché i lupi meno grossi non riescono a tenere il passo del gruppo di testa. Ed allora si allargano in un ventaglio di zanne e muscoli. Il capobranco ha promesso al clan sangue caldo, e sangue caldo avrà. Il grosso cervo non intende farsi ammazzare facilmente, e distribuisce grandi cornate a quegli strani lupi. Non ha mai incontrato lupi così grossi, ma lui è più grosso di loro. L'unico problema è che è solo, mentre loro sono decine. Il capobranco mostra il suo coraggio assalendo il cervo frontalmente. Un lupo vero non lo farebbe, sapendo quanto sia forte un cervo di quelle dimensioni. Una cornata potentissima coglie il capo dei mutaforma in pieno muso, scagliandolo contro un albero, che lo accoglie con la sua lignea immobilità. Se fosse un lupo vero, ora conterebbe le ossa rotte. Per sua fortuna, i suoi muscoli sono molto forti, e le sue ossa sono elastiche. Nel frattempo uno dei vicecapi è balzato sulla groppa del grosso cervo. Lui non si lascia distrarre da quella bestia pelosa che cerca di addentargli il collo. Standogli sulla schiena ha considerevoli difficoltà ad arrivargli al collo. L'altro vicecapo invece sbaglia decisamente l'attacco, e finisce sotto gli zoccoli del cervo. Mutaforma o no, gli zoccoli gli schiacciano i tessuti molli dell'addome, e gli fanno passare la fame. Mentre il cervo pensa a come liberarsi del lupo aggrappato alla sua schiena, un grosso essere di forma scimmiesca gli atterra di fianco. Ovviamente il cervo non a cosa sia un “essere di forma scimmiesca”, e non sa come comportarsi. Kong evidentemente non ha questo problema, perché afferra il lupone per la collottola, come se fosse un gatto di novanta chili. Anche il mutaforma non sa cosa diavolo sia quell'essere che lo solleva con estrema facilità. Cerca di morderlo, ma il mutante di Evolution gli assesta uno dei suoi pugni formidabili. Solo la forma lupesca consente al mutaforma di mantenere tutti i denti attaccati alle mascelle. Poi l'uomo che si crede un lupo precipita nel mondo dei sogni. Il cervo ringrazia Kong, scuotendo la grossa testa, ed emettendo un assordante verso di vittoria. Kong è felice di avere preservato quella vita preziosa, senza essere stato costretto a spezzare le colonne vertebrali a quei tre somari pelosi. Il branco però è lanciato nella sua missione di morte, e non intende farsi fermare neppure dall'invalidità momentanea del capo e dei suoi vice. Per cui i lupi mutaforma corrono come pazzi, sbavando e latrando. I conigli ed i leprotti si sono già rintanati sotto le radici degli alberi. Di solito sono animali prudenti, specie quando una muta selvaggia come quella impazza tra gli alberi. Uno dei giovani addetti alla retroguardia parte all'attacco, rinunciando a difendere i cuccioli a lui affidati. Il capo potrebbe torcergli il collo, ma per ora il capo è impegnato a riprendersi dallo scontro con il cervo. La sete di sangue che guida il giovane rampante ha un odore umano. Il capoclan ha chiarito fin dall'inizio che uccidere un essere umano significherebbe diventare lupi mannari, cioè esseri veramente pericolosi e poco amati. Il giovane è forte della sua età e della stupidità compresa nel pacchetto. Alla sua età, la stupidità sorge spontanea, come fosse lava che erompe da un vulcano attivo. Il gruppetto dei giovani teppisti si sgancia dal branco, perché l'odore di carne umana è troppo forte per resistere. Tre coppie di adolescenti si sono appartate in quel bosco, nei pressi di un laghetto. Stanno facendo il bagno ed amoreggiando, felici di quello che la natura dona loro. Sbagliano naturalmente, perché la natura non elargisce doni, bensì opportunità di breve durata. Se non si fossero attardati attorno al laghetto, ora non dovrebbero fare i conti con quei lupi grossi e feroci, appena sbucati tra gli alberi. I maschi umani vorrebbero difendere le loro femmine, ma di fronte non hanno dei loro simili. O meglio: non sanno di avere di fronte dei loro coetanei trasformati in lupi quasi soprannaturali. Inutile provare a scappare: l'uomo più veloce del mondo corre ad una velocità che è la metà di quella espressa da molti predatori di media taglia. Senza scomodare i ghepardi, che viaggiano nella savana ad una velocità tripla di quella che un atleta umano super allenato mantiene per dieci o venti secondi, su pista. Quei mutaforma sono lupi maggiorati, con zampe più grosse, più lunghe e più veloci. Uno dei lupi abbatte facilmente una ragazza, che grida a squarciagola. Gli altri tre ragazzi e le due ragazze si trovano circondati da belve assetate di sangue. Nella loro testolina ormai il salto di qualità è fatto: berranno sangue umano e diventeranno dei licantropi. Si aggireranno per le vie delle città addentando gli umani, estraendo grosse quantità di sangue e visceri fumanti. Parlando di esseri non umani, gli aspiranti licantropi stanno per fare conoscenza con una forma di vita che è decisamente più aliena di qualsiasi mutaforma. Il drago annuncia il suo arrivo con un ruggito che farebbe scappare una torma di leoni. La potenza del suono emesso dalle fauci extraterrestri corrisponde ad una massa di settecento chili, incommensurabilmente forte. Il lupo che stava per affondare le zanne nelle tenere carni della biondina semi nuda si blocca atterrito. Credeva di essere lui il simbolo della morte in agguato. Ora però molla a presa sulla preda, perché Dragonfire è entrato nella radura, e la sua statura di tre metri, il suo colore verde, la sua coda enorme, ed il suo sguardo di fuoco annunciano sfracelli. Dragonfire emette un secondo ruggito, che ricorda quello dei tirannosauri nei vari film di ambientazione post-giurassica. La testa del drago di Evolution squadra con attenzione quelle bestie insolite, per capire cosa farne di loro. Forse il capo dei teppisti proverebbe ad aggredire quella montagna di muscoli e scaglie invincibili. Forse la sete di sangue lo condurrebbe ad una rapida morte per smembramento. Il drago pare ascoltare una voce nella sua mente, quindi si ferma, e con lui si fermano tutti i presenti, attaccanti ed attaccati. Tutti gli animaletti del bosco osservano quella strana scena. In particolare ammirano e temono quell'essere senza pari, verde e colossale. La voce nella testa di Dragonfire gli riferisce che quelli in forma lupesca sono esseri umani. La notizia ha evitato loro di essere sparpagliati ed arsi, ma la loro presenza infastidisce il formidabile alieno. La sua coda colossale si solleva e poi si abbatte al suolo, producendo una vibrazione che induce tutti gli spettatori ad allontanarsi sollecitamente. Il messaggio è estremamente chiaro: filate o il prossimo colpo dissesterà le vostre vertebre. Le vostre zampe saranno ridotte in frantumi difficilmente utilizzabili, e, se sopravvivrete, le teste vi faranno una male cane fino alla fine dei vostri giorni. Esempio di messaggio non verbale recepito al volo: il gruppetto di mutaforma teppisti scappa come fossero conigli, uggiolando come cagnolini spaventati da un padrone terribile. Il drago guarda i giovani umani che ha salvato, e loro hanno l'occasione più unica che rara di osservare gli straordinari occhi di Dragonfire. Scrutare quegli occhi induce a pensare allo spazio profondo, solcato da comete e da forme di vita che si muovono agevolmente dove la vita terrestre non potrebbe sussistere. Il capo del clan dei mutaforma aveva collocato i giovani teppisti a difesa dei cuccioli, che però ora si trovano, come temeva, in una situazione di vulnerabilità. Il branco si è allargato molto, e solo adesso inizia a riaggregarsi. I cuccioli hanno sentito il richiamo del capo, ma le loro forze sono già state messe a dura prova. Pre-adolescenti umani, che hanno appena iniziato a trasformarsi: non sono ciò che ci si aspetta da un licantropo. Si guardano attorno smarriti, mentre fiutano l'aria alla ricerca di una traccia chiara. Si comportano ancora troppo come esseri umani, e poco da lupi. Rimangono indietro rispetto agli stessi anziani, che, pur non essendo al massimo delle energie, hanno l'esperienza dalla loro parte. Quattro cuccioli mutaforma si stringono uno contro l'altro, perché ora risentono anche del freddo e dell'umidità. Al buio ci vedono decisamente meglio di quando sono in forma umana, ma il buio per loro rappresenta ancora un'incognita. Crescendo in famiglia, la mamma ha raccontato loro del lupo cattivo e dell'uomo nero. I quattro non hanno paura del lupo cattivo, essendo loro stessi dei lupi per di più sovradimensionati. L'uomo nero viceversa occupa ancora un posto nel loro immaginario. Quando sono in forma umana, i quattro lupacchiotti girano di notte, senza alcuna paura. Ma ora non sono in città, e neppure a bordo di un'auto. Mentre la convinzione di essersi persi nel bosco si fa strada in loro, ecco arrivare proprio l'uomo nero! Il losco figuro è un bracconiere spietato, armato fino ai denti. Coperto di strati di tessuto e pelliccia, sembra ancora più grosso. In quattro potrebbero assalirlo e ridurlo a mal partito, ma l'uomo nero è armato di una pericolosa doppietta. Lui è convinto di avere scovato ben quattro lupi in una sola volta, e l'esaltazione gli fa tralasciare il singolare comportamento delle suo vittime, che non ringhiano e non assumono la posizione d'attacco. Lui però non ha problema ad aprire il fuoco, avendo a disposizione un'intera cartucciera di proiettili dal calibro mortale. Punta il fucile alla testa di uno dei cuccioli: una ragazza che, in punto di morte, rivede tutta la sua breve vita. Uno del gruppo, un ragazzo, si interpone tra la doppietta e la ragazza che segretamente ama. Se il bracconiere conoscesse la storia d'amore che sta per interrompere, riderebbe ancora più forte. Ribadisce con se stesso che la natura premia i forti, poi preme il grilletto. Colpito da una forza spaventosa, si trova a volare per diversi metri. La scarica elettrica di Fulminatore gli ha fuso il dispositivo di sparo. Il mutante non intendeva ucciderlo, ma solo impedirgli di fare strage di quegli inermi mutaforma. La Maga lo ha avvisato che si tratta di giovani umani alla prima o alla seconda trasformazione. Il bracconiere è preda di un grande dolore, ma riesce a rialzarsi. Fulminatore lo osserva, come se studiasse un coleottero. Il bracconiere stupidamente avanza verso il mutante elettrico di Evolution, che non vorrebbe terminarlo, ma potrebbe essere costretto a farlo. I quattro mutaforma tirano un sospiro di sollievo, perché l'uomo nero non riesce quasi a camminare eretto. Ma la sua malvagità lo sorregge, inducendolo ad estrarre un grosso coltello. Fulminatore alza un braccio, facendo crepitare possenti energie in attesa di essere proiettate. Poi entra in scena Ferox, la donna leopardo, che inizia a girare attorno al losco individuo, come farebbe un grande felino della savana all'ora di colazione. Il tizio deve essere un po' fuori di testa, perché scaglia il suo coltello addosso a Ferox. Per lei, quell'oggetto rotante si muove al rallentatore, e potrebbe schivarlo anche a distanza più ravvicinata. Non passa un secondo che Ferox è già balzata addosso al bracconiere. Solo i tessuti e le pellicce sovrapposte lo salvano dal contatto con gli artigli micidiali, ma lei non li ha ancora estratti del tutto. Ferox lo annusa, e sente l'odore della paura, per cui non lo uccide ma si limita ad affondare gli artigli, che finalmente raggiungono la carne ed il sangue. Lui griderebbe, ma spera che contenendo il suo grande dolore lei gli faccia grazia della vita. Ferox lo guarda per l'ultima volta, a distanza molto ravvicinata, e gli propone il suo mugolio di morte direttamente all'orecchio. Poi si allontana, con passo regale, lasciando l'uomo nero con la schiena a terra e gli occhi chiusi. I quattro mutaforma azzarderebbero strusciarsi contro la pelliccia della donna leopardo, per mostrarle la loro riconoscenza, ma decidono di non forzare la fortuna. Quando il bracconiere si alza, attorno a lui il bosco è silenzioso, ma molti animaletti adesso sanno che non è invincibile. Lui però ha altro a cui pensare: andare a casa a cambiarsi d'abito, perché teme di essersela fatta addosso.
domenica 15 agosto 2010
SECONDA MORTE_libro 3°_95° episodio
I cacciatori lo hanno braccato e trovato. Adesso scendono le scale del sotterraneo privo di altre uscite. Il gruppo è composto da uomini e donne armati di balestre, lance, paletti, pugnali, asce, spade, oltre alle solite granate all'acqua santa. Ultimamente i suoi nemici hanno iniziato a tirargli addosso anche terra consacrata, giusto per metterlo a disagio. Lui è un vampiro con secoli di onorato servizio alle spalle. I cacciatori non vedono l'ora di infilargli un paletto nel cuore, per poi guardarlo mentre la pelle ed i muscoli iniziano a friggere. Hanno seguito tracce che credeva di avere ben nascosto; non è un vampiro neonato: quelli sono stupidi esibizionisti. Lui, il vampiro braccato, ha sempre fatto attenzione a non lasciare morti in giro. Tuttavia, nei secoli di predazione, qualche volta ha bevuto più del dovuto, e la vittima è schiattata. Non è vero che tutti quelli che muoiono in seguito al morso di un vampiro diventino loro stessi dei succhiasangue. Ecco perché quei morti, dovuti all'eccesso di bevuta, sono rimasti tali, e qualcuno li ha trovati dove erano caduti. Nonostante la medicina legale non ammetta esplicitamente la morte per eccesso di succhiata di sangue, i cadaveri con i segni dei denti sul collo vengono registrati da qualche parte. Si vede che i cacciatori, che ora stanno circondando il vampiro, hanno accesso a banche dati specifiche per i segni di canini sul collo. Il vampiro vorrebbe trasformarsi in pipistrello, ma non c'è mai riuscito prima, e neppure conosce qualcuno in grado di farlo. Poi, anche se riuscisse, diventerebbe un pipistrellone di ottantacinque chili, che comunque non uscirebbe vivo da quel sotterraneo. Diventare un lupo non sarebbe male, ma lui è un vampiro, non un licantropo. Allora prova con i suoi poteri ipnotici, che in effetti rallentano il gruppo degli assassini. All'improvviso, una cacciatrice, che si era tenuta indietro, gli spara in pieno petto un dardo di balestra. La maledetta balestra ha scagliato la piccola ma robustissima freccia a grande velocità e da distanza ravvicinata. Forse il vampiro sarebbe riuscito a schivarla, ma solo nel caso in cui la tiratrice avesse scoccato da una distanza superiore ai dieci metri. Un dolore fortissimo attraversa il petto del vampiro, che si rende subito conto di essere stato colpito a morte. I cacciatori escono dal trance ipnotico, e gridano come dei pazzi, mentre lui cade in ginocchio. Riesce a beccarne uno, con un'unghiata di striscio, giusto per ricordargli che non è ancora finita. Ma manca poco. Gli assassini si tengono a distanza e sogghignano come dei cretini, mentre il sangue del vampiro esce dalla ferita mortale. Il dardo ha colpito il cuore, quindi il fattore di guarigione è inutile. Lo sguardo giallastro diventa rosso, mentre l'intero organismo del succhiasangue inizia a disfarsi. La coscienza non ha ancora abbandonato il vampiro, che lancia un comando mentale, poi crolla sulle pietre. Il cacciatore munito di ascia si appresta a tagliare la testa del vampiro. Tra un po' quella testa sarà un teschio, ma lui vuole il trofeo. I cacciatori non si aspettano un attacco alle spalle, ed uno di loro si becca una fucilata in una gamba. Il tizio che ha sparato è una specie di gobbo, che imbraccia una doppietta caricata a pallettoni. I cacciatori si riorganizzano subito, specie dopo essersi accorti di essere stati aggrediti da un singolo vampirofilo. Lui, il gobbo, taglia la corda, per evitare di fare la stessa fine del suo datore di lavoro. Nonostante il suo handicap, il mostriciattolo con la doppietta è più furbo di quel che sembra. Lo dimostra seminando i cacciatori tra le rovine urbane che conosce molto meglio di loro. Un secondo vampirofilo approfitta della distrazione prodotta dal socio per scendere nel sotterraneo. Lì trova il vampiro più morto che mai. Il corpo del succhiasangue ha perso quasi tutti i liquidi, e si è mummificato. Pesa poche decine di chili, e ciò consente al suo schiavo di caricarselo in spalla. Quando i cacciatori tornano per finire il lavoro, imprecano come camionisti, perché il vampiro non c'è più. Sanno che, se non tagli la testa ad un vampiro, potrebbe tornare il vita, specie se si tratta di un vampiro con esperienza di centinaia di anni. I due schiavi vampirofili si trovano poco distante dal sotterraneo della morte. Hanno deposto il loro maestro nella bara, ma ora devono ricordarsi come fare per riportarlo in vita. Prima di tutto, suggerisce il più sveglio tra i due, conviene estrarre il paletto dal cuore. Senza l'ostacolo ligneo, l'organo mummificato potrebbe tornare a funzionare, ma necessita di parecchio sangue. Il maestro aveva spiegato ai due vampirofili di ricorrere alle sacche di plasma, trafugate in numerose banche del sangue. Sebbene sia appena estratto dal frigo, il plasma viene assorbito dal corpo vampirico, come farebbe la terra arsa dal sole con l'acqua. Ecco che finalmente il cuore centenario inizia a pulsare in maniera tenue. I tessuti si ricostituiscono lentamente, non come nei film di Dracula. Poi ecco che la consapevolezza di sé torna nel cervello e nel cuore del vecchio succhiasangue. Di sacche di plasma ce ne vogliono parecchie, ma alla fine il vampiro riprende quasi tutto il suo peso originario, ed esce dalla bara. Una brutta esperienza, ma grazie ai suoi assistenti il vampiro è tornato alla vita. Poco prima di risvegliarsi, il succhiasangue aveva sognato di un posto pieno di ombre, con tante porte, che però conducevano tutte verso un'oscurità più completa. Un brivido attraversa il corpo del vampiro, perché si rende conto di essere stato vicinissimo al non ritorno: la seconda morte. Ora però deve bere urgentemente sangue umano, pur sapendo che probabilmente non riuscirà a smettere di farlo prima di avere ucciso. Così esce nella notte; più debole del solito, ma comunque molto più forte di un essere umano. Questi aspiranti immortali a volte si illudono di esserlo veramente. E quando la loro convinzione è massima, ci lasciano le penne. Sfortunatamente per lui, quella notte il destino incrocerà il suo divenire con quello di un essere che, sebbene provenga dall'umanità, è nato super-umano. Ferox, la donna leopardo di Evolution, non tollererà che un vampiro prosciughi le vene e le arterie di un innocente. Ferox rammenterà a quell'ex umano che per quelli come lui c'è una morte oltre la morte. I vampiri considerano gli umani come un loro gregge. Però sanno anche che gli umani, a differenza delle pecore, sono in grado di aggregarsi e di colpire. Ecco perché i vampiri più saggi sono anche i più vecchi ed i meno esibizionisti. Il succhiasangue protagonista di questa storia è però spinto da un'impellenza irrazionale. Potrebbe protrarre la propria convalescenza, e non cercare di tornare subito in forma. Non bevendo sangue umano alla fonte, la bestialità vampirica è meno soddisfatta, ma si può fare. Il succhiasangue che viceversa decida di buttarsi da un tetto, addosso ad un passante, dimostra di non aver appreso alcuna lezione dall'essere vissuto in una città per secoli. Sono le tre di notte, ed il nottambulo affronta senza paura le tenebre del vicolo. Il nottambulo è decisamente brillo, e la bottiglia che tiene in mano è per metà piena di una bevanda che agisce prevalentemente sul cervello e sul fegato. Ambedue gli organi vanno in pappa: il primo potrebbe riprendersi, il secondo tende a rapprendersi fin dalle prime bevute. Il nottambulo cammina a zig zag, cantando a suo modo, cioè come un ubriacone. Il vampiro non vuole fare il difficile: berrà quel sangue addizionato di alcol, contando sul fatto che il suo organismo non ne rimarrà danneggiato. Si butta dal tetto, ed in effetti plana come se fosse sorretto da ali. I vampiri non si trasformano in pipistrelli giganteschi, ma sembrano avere sviluppato una rudimentale anti-gravità. Atterra vicino e non addosso all'ubriacone, perché non vorrebbe ucciderlo, se fosse possibile evitarlo. Il nottambulo non comprende la situazione, ma quel tizio sembra calato dal cielo, e la cosa non gli piace. Prova a scappare, ma il vampiro gli è già addosso, e lo abbatte al suolo. I denti cercano la gola dell'ubriacone; le zanne del predatore sono estensibili, per raggiungere con facilità vene ed arterie. Quel sangue è in effetti leggermente addizionato di alcol, ma reca con sé la qualità specifica dell'organismo vivente. Il vampiro aspira voluttuosamente, mentre la sua vittima improvvisamente rinsavisce, e prova a gridare. La vita abbandona il corpo umano, per rafforzare la sostanza del non-morto. Potrebbe smettere di bere, ma l'euforia lo ha preso. Non fa neppure caso ad uno strano verso, come se una belva della jungla stesse demarcando il territorio. Senza ulteriore preavviso, e praticamente senza suono alcuno, Ferox arriva sul bersaglio, e non ha dubbi su ciò che deve fare. Gli artigli della donna leopardo lacerano gli abiti, la pelle ed i muscoli della schiena del predatore divenuto preda. Un dolore improvviso e lancinante induce il vampiro ad interrompere il suo pasto sanguinoso. Grandi quantità di sangue fuoriescono dalle ferite prodotte dalla donna-leopardo. Ora il vampiro e la mutante si contrappongono, lanciandosi sguardi che promettono ferite, sangue e morte. Il vampiro è il primo a scattare, ma, per quanto sia veloce, non riesce a mettere a segno alcun colpo. La donna leopardo gli gira attorno, come fanno i felini della savana poco prima di balzare per uccidere. Nel frattempo il nottambulo si è rialzato, ed ha iniziato ad allontanarsi inciampando per effetto della perdita di sangue. Ferox squadra il suo avversario, che inizia a guarire, ma non è certamente in grado di combattere contro una super-eroina di Evolution. Ferox avvicina gli artigli al suolo, e lo graffia, asportando facilmente il solido asfalto. Il messaggio è chiaro: può finire qui, ma se ci riprovi... Ferox non attende risposta, ma balza su una vicina parete, che scala grazie ai suoi artigli micidiali. Il vampiro ora dovrà decidere se obbedire all'ultimatum, oppure se continuare a farsi guidare dall'istinto. Seminascosto nell'ombra, un secondo vampiro osserva tutta la scena, ma non interviene. Ritiene che la mutante si sia ben comportata, lasciando al succhiasangue la possibilità di ridimensionare la sua attività. L'osservatore vuole però vedere se il suo simile vampiro rispetterà la tregua. Essere ferito in quel modo è un onta per il vampiro, ma al momento la cosa più saggia da fare è allontanarsi. Mentre si avvia verso il suo covo, scruta le ombre, per capire se Ferox lo stia seguendo. Caseggiato dopo caseggiato, il vampiro cammina a passo spedito, mentre il suo corpo guarisce e riprende vigore. La notte potrebbe concludersi senza vinti né vincitori se non accadesse un fatto imprevisto. Grida di donna richiamano l'attenzione del vampiro, che assiste al pestaggio di una prostituta, da parte del suo pappone. La donna subisce colpi violentissimi, e perde sangue dal naso e dalla bocca. L'uomo malvagio la percuote con un corpo contundente non identificato, ma comunque più che adatto allo scopo. Quella scena fa impazzire il vampiro, che parte all'attacco come una furia. Ma non è il sangue di lei ad attirarlo, quanto la malvagità di lui. Incurante della sottile minaccia di Ferox, il vampiro scaglia lontano l'umano. Ora la donna lo vede e grida più forte, ma tanto chi è disposto ad ascoltarla? Su un tetto vicino, Ferox è pronta al balzo, ma scorge vicino a lei una figura immobile, che prima non aveva notato. Ferox fiuta il secondo vampiro, che però non mostra alcuna ostilità. Anzi la invita con lo sguardo a seguire ciò che avviene in strada. La prostituta scappa a gambe levate, come se la sua velocità fosse paragonabile a quella di un vampiro. Ferox è pronta più che mai al balzo mortale, ma si ferma. Infatti il succhiasangue subisce un colpo disperato, da parte del pappone, ma la sua carne guarisce quasi subito. Poi è il vampiro a fare la sua mossa, ed il sangue del parassita umano viene quasi interamente prosciugato. Non morirà con il segno del vampiro, e l'osservatore mostra di apprezzare. Ferox non somministrerà la seconda morte al succhiasangue, perché tutto sommato se fosse toccato a lei mettere le zampe sul pappone, ora ce ne sarebbe uno in meno in circolazione. Ferox riflette che quel vampiro è stato più “umano” di lei. Senza contare i continui richiami del dottor Occulto, capo di Evolution, sulla necessità di limitare al massimo le uccisioni cruente, che non sempre sono apprezzate dall’opinione pubblica e dalla polizia.
domenica 8 agosto 2010
DIVINITÀ GUERRIERE_libro 3°_94° episodio
Il dio con la pelle blu, e sei braccia, agita contemporaneamente alcune spade ed alcune mazze. I suoi nemici hanno sempre avuto difficoltà ad entrare nella sua guardia, vista la quantità di metallo e di braccia in azione nello stesso momento e nello stesso luogo. Una gran confusione; ma le frecce e le lance riescono qualche volta a superare la sua ferrea difesa. Una lancia, proveniente da chilometri di distanza, punta decisamente verso il dio con sei braccia. La lancia solca l'aria, producendo un fischio agghiacciante. Mentre il dio volge i suoi unici due occhi verso la lancia in arrivo, due frecce volano verso di lui, a velocità ancora superiore. Una spada, impugnata con una delle mani destre del dio, cala verso la lancia in avvicinamento. La spada colpisce quasi di striscio la lancia, che devia ma prosegue. Ora tocca ad una seconda spada, impugnata da una delle mani sinistre del dio guerriero. La seconda lama prende in pieno l'asta della lancia, tagliandola nettamente in due parti. Il dio non fa in tempo a gioire che le frecce lo colpiscono ad un fianco ed alla schiena. Si tratta di frecce incantate, di quelle che si aggrappano alle ferite, e scavano in profondità. Il dio dalle sei braccia afferra la freccia infissa nel suo fianco, ed inizia ad estrarla. La freccia si oppone, ma la sostanza del dio non è carne; di conseguenza la punta frastagliata del dardo non riesce a fare presa. Dalla ferita esce una sola piccola goccia di sangue, poi lo squarcio si chiude nel giro di pochi secondi. La seconda freccia ha constatato di trovarsi fuori dalla portata di tutte e sei le mani del dio. La freccia è euforica, pensando che riuscirà nel suo compito di uccidere quel dio. L'attendente del dio dalle sei braccia non prova ad estrarre la freccia, ma le trasmette viceversa una fortissima scarica energetica. La freccia vivente soffre e si contorce, quindi decide di uscire dalla ferita per sfuggire a quella tortura. A questo punto, l'attendente del dio la estrae dalla ferita, che subito si chiude. Il dardo magico potrebbe mordere la mano che la regge, curvandosi all'indietro come un serpente velenoso. L'attendente però la butta al suolo, per poi calpestarla più volte. La coscienza della freccia cessa di esistere. Il secondo dio guerriero scende proprio adesso dal un cielo tempestoso. Viaggia su un carro trainato da animali unghiuti e cornuti, che volano senza bisogno di ali. Il cielo è tempestoso perché il secondo dio guerriero ha competenza anche sulle tempeste. Questo dio è massiccio, pelle rosa chiaro, folta barba, due sole braccia, ma decisamente muscolose. Scende dal carro, impugnando un'arma dall'aspetto pericoloso, che pare l'incrocio tra un martello da fabbro ed un'ascia da taglialegna. L'arma micidiale brilla di luce azzurra, come se fosse la diretta ispiratrice della tempesta che ora si allontana. Il carro trainato dagli strani animali precede la tempesta, come se tra carro e tempesta ci fosse un legame. Le due divinità guerriere si guardano negli occhi, poi si avvicinano l'una all'altra, e si salutano con grandi pacche sulle spalle. Ora che sul campo di battaglia le divinità sono due, possono creare un campo di forza in grado di friggere tutte le frecce incantate in avvicinamento. I nemici non si vedono, ma rumoreggiano da dietro gli alberi della foresta pietrificata. Fermi in quella pianura nebbiosa, che pare si estenda all'infinito, gli dei guerrieri vedono giungere un gigante dei ghiacci. Quelle creature non sono fatte di sangue e carne, bensì di ghiaccio e roccia. L'essere mostruoso è alto almeno sette metri, e si avvicina spavaldo. Il dio armato di martello è il primo a colpire, lanciandogli addosso la sua magica arma. I giganti dei ghiacci sono notoriamente senza cervello, ma questo si abbassa come se si fosse aspettato quella mossa. Il dio lanciatore di martello si mostra stupito, ma non considera che qualunque suo nemico sa che lui inizia i combattimenti sempre allo stesso modo: lanciando la sua arma in faccia al nemico. Una mossa formidabile, ma, quando la ripeti migliaia di volte, manca di originalità. Qualcuno ha detto evidentemente al gigante dei ghiacci di abbassarsi al primo movimento sospetto del lanciatore di martello. L'arma incantata vola a grande velocità, poi deduce di non aver centrato alcun bersaglio, e torna indietro dal suo padrone. Una grossa zampa scagliosa segnala l'arrivo di un colosso verde, le cui parvenze sono indubbiamente quelle di un drago. L'arma del dio delle tempeste dovrebbe in teoria essere sollevata da terra solo dal suo padrone, ma l'incantesimo è vecchio di millenni, e funziona meno del solito. Dragonfire non vuole perdere lo slancio del martello, per cui ruota su se stesso per sommare la sua grande forza a quella dell'arma incantata. Il dio dalle sei braccia ed il suo collega delle tempeste mostrano grande stupore per l'arrivo dell'alieno, ma evidentemente combatte dalla loro parte. Lo dimostra scagliando l'arma devastante addosso al gigante dei ghiacci. Quando lo colpisce, il gigante si stava voltando, per cui la botta tremenda lo coglie sulla spalla destra. Non avendo ossa, l'impatto non produce alcuna frattura. Tuttavia ghiaccio e roccia nulla possono contro l'acciaio del martello-ascia e la forza di Dragonfire. Il braccio destro si stacca dal corpo del gigante, e cade al suolo, dove rimbalza. Pur non avendo cervello, il malvagio si rende conto di essere stato battuto, e convoglia tutta la sua energia residua nelle enormi gambe. Scappa ad una velocità impressionante, e non si guarda neppure indietro. L'ascia-martello torna in volo dal suo padrone, il dio delle tempeste. Lui ed il suo collega provvisto di sei braccia aspettavano un altro dio terrestre, ma il colosso verde è decisamente un alleato promettente. Dragonfire potrebbe chiedersi come sia giunto in quello stato dell'esistenza, che non è chiaramente la Terra. Ma il drago di Evolution ha sviluppato una consapevolezza cosmica che lo aiuta ad ottenere il massimo da ogni evento, anche quelli imprevisti. Gli umani paiono quasi offendersi quando capita qualcosa che causa il fallimento dei loro piccoli piani. Gli insignificanti umani, che potrebbero sparire tutti in un istante, senza danneggiare l'Universo, credono che qualche dio cospiri contro di loro! Povere bestie ridicole! Finanche gli dei dell'Olimpo, che si facevano spesso vedere dagli umani, li usavano per disegni superiori. Dragonfire, che ha un karma d'importanza cosmica, non si agita neppure ora che si trova in un mondo sconosciuto, a combattere assieme a due divinità guerriere. Dovrebbe urlare contro il cielo, perché nessuno gli ha chiesto se fosse d'accordo? Ridicolo: un rettile non lo farebbe mai, e Dragonfire è un super-rettile. Il dio azzurro, che di sicuro è riconducibile alla mitologia indiana, guarda il dio barbuto, che è stato certamente adorato dai vichinghi. Il drago non ha spade, né asce, ed il dio indiano vorrebbe offrirgliene una delle sue; Dragonfire ringrazia, grato dell'onore concessogli, ma preferisce usare le zampe, la coda e specialmente la fiamma. I tre alleati finalmente sentono arrivare i nemici, che avanzano con passo pesante e rumoroso. Una prima fila di orchi armati di lance, è seguita da arcieri che iniziano a scagliare i loro dardi, sfruttando gli spazi liberi tra un orco ed il vicino. Piovono le frecce, ma è subito chiaro che nulla possono contro le verdi scaglie del drago di Evolution. Il dio nordico ed il dio indiano si muniscono di adeguati scudi, sui quali le frecce si infrangono come legnetti. Il drago colpisce la prima fila con la sua coda, e non meno di tre orchi saltano letteralmente in aria, con le armature e le ossa in frantumi. Gli dei guerrieri non sono da meno, e, sebbene non massicci ed alti come il drago, usano le loro armi con una forza che li rende degni delle leggende. Il dio indiano invidia un po' il collega nordico, che, sebbene abbia una sola arma, produce danni enormi ad ogni colpo. Il dio indiano comunque mette in difficoltà un gran numero di nemici, grazie alle sue sei braccia, che menano fendenti con armi da taglio di vario tipo. La prima linea delle forze demoniache lotta strenuamente, ma è chiaro che Dragonfire e le due divinità guerriere si stanno solo scaldando i muscoli. Ci vuole ben altro per impensierirli. Questo “ben altro” sta però avvicinandosi, e nel farlo ferisce e schiaccia i suoi stessi alleati. Gli orchi e gli arcieri non erano stati avvisati di dover affrontare nemici di fronte ed anche alle spalle, per cui abbandonano le armi e gli scudi, per potersi allontanare con la massima celerità. Il mostro è un drago rosso, che cammina a quattro zampe; è munito di ali adeguate alla sua mole, ed è lungo non meno di venti metri. Il dio nordico richiama in suo carro trainato dalle bestie volanti, e si innalza sopra il campo di battaglia. Il dio indiano trasforma tutte le sue armi in lance dall'aspetto minaccioso, ed inizia a tirarle addosso al nemico. Il drago quadrupede è molto più grosso di Dragonfire, ma non è altrettanto agile; per cui alcune lance magiche penetrano le sue scaglie, e lo feriscono. La bestia mitologica urla in maniera assordante, e carica Dragonfire, certo di poter agevolmente sconfiggere un avversario tanto più piccolo, per di più disarmato. Dragonfire scatta in avanti, sorprendendo il drago rosso; poi l'alieno di Evolution adopera i suoi possenti muscoli come farebbe Kong: saltando di numerosi metri. Il drago rosso apre le fauci, ma Dragonfire gli sferra un potentissimo pugno sul naso. Poi, atterrato davanti al suo avversario, il drago verde adopera la possente coda per danneggiargli una delle zampe anteriori. Il dio nordico coglie l'occasione per evocare il potere del lampo, che pervade dolorosamente il nemico comune. Dragonfire e le due divinità guerriere hanno messo a segno alcuni colpi molto forti, ma il drago rosso è ancora in grado di scatenare la sua fiamma terrificante. Inizia a sbattere le ali, lasciando intendere di voler attaccare dall'alto. Ma sei lance, scagliate quasi contemporaneamente dal dio indiano, trafiggono dolorosamente le membrane che dovevano consentire al mostro di ottenere una portanza aerea. Dragonfire è pronto alla mossa successiva, perché è la stessa che adotterebbe lui. Uno strano silenzio cala sul campo di battaglia; poi entrambi i draghi scatenano fiamme dirompenti. Le divinità guerriere ora comprendono appieno il motivo della presenza di Dragonfire. Solo un drago può contrastare la fiamma di un altro drago. Il campo di battaglia si illumina, e tutta la nebbia residua scompare. La temperatura dell'aria cresce in maniera insopportabile, ma nessuno dei due cede. La massa molto minore del drago di Evolution genera una fiamma di potenza almeno pari a quella dell'immenso avversario. Il drago rosso prova grande stupore, e prova ad intensificare la temperatura e la forza del getto, ma sorprendentemente è la fiamma di Dragonfire a crescere. Di fatto, divora ed assorbe l'energia che gli si contrappone. Con un'ultima impennata di forza cosmica, il drago di Evolution produce un'onda d'urto di plasma in grado di liquefare l'acciaio. Il suo nemico non rimane ustionato, essendo lui stesso una creatura del fuoco, ma l'impatto lo stordisce e lo abbatte. Il dio nordico atterra con il suo carro volante, e si unisce agli alleati. Ora tutti e tre si avvicinano al drago rosso, che è cosciente ma praticamente indifeso. Mentre i tre pensano a cosa farne di lui, l'essere inizia a smaterializzarsi. Dragonfire, grazie alla sua mente aliena, sente che il nemico è stupito quanto loro. Poco prima di scomparire, evidentemente teletrasportato grazie ad un incantesimo, il drago rosso esprime con il suo sguardo fiero l'apprezzamento di avere combattuto con tre avversari tanto potenti e leali.
domenica 1 agosto 2010
ADORATORI DEL MALE_libro 3°_93° episodio
Ugo è un omuncolo come tanti altri. Non vorrebbe fosse così, ma nella vita ha combinato poco, e quel poco lo ha combinato in maniera mediocre. Ricorda che da piccolo non gli piaceva andare a scuola, e disturbava i compagni di classe. Studiava poco o nulla; quindi, non avendo un'intelligenza degna di menzione, lo bocciarono già alle elementari. Ripetere la terza elementare non è da tutti. In famiglia, tutte bestie semi-analfabete, che preferivano percuoterlo, piuttosto che indurlo a sforzarsi di finire le scuole dell'obbligo. Comunque Ugo completò con grande fatica il corso di studi democraticamente imposti, ed iniziò a cercare un lavoro. Poca voglia di studiare, e meno ancora voglia di lavorare. Non avendo alcun titolo di studio, non ebbe modo di svolgere altro che mansioni manuali. Ma anche per quelle ci vuole intelligenza ed applicazione. Ugo, adesso che ha trent’anni, si accorge di non avere un posto di lavoro stabile, ha un reddito scarso, ed un affitto precario in una casa infestata dagli scarafaggi. Pare che finanche gli scarafaggi si prendano gioco di Ugo, correndo sulle pareti, sfuggendogli con grande perizia ed agilità. Lui però non odia gli scarafaggi, che sono gli unici a fargli compagnia. Ugo politicamente non ha una collocazione chiara, come moltissimi altri. Però vorrebbe poter esprimere giudizi sul governo e sui partiti, ma quando parla ne esce un'accozzaglia di banalità. Nessuno parla con Ugo per più di cinque minuti, perché Ugo, a detta di tutti, è un cretino. Fisicamente è magro, ma non particolarmente basso; è peloso e puzza, perché si lava poco. Quando sale sui mezzi pubblici, senza pagare il biglietto, Ugo crea il vuoto attorno a sé, grazie al fetore delle sue ascelle. Invece di cercarsi un lavoro, gironzola senza meta. Crede fermamente che in giro ci siano persone più cretine di lui: quelli che vanno a lavorare. Lui lavoricchia solo per qualcuno talmente disperato da rivolgersi ad un incapace come lui. Essendo un cretino, non si rende conto della sua collocazione sociale di quasi barbone. Prima o poi lo sfratteranno, ed i servizi sociali smetteranno di regalargli soldi pubblici. Anche i servizi sociali capiranno che con Ugo non c'è speranza. Lui però è un cretino, e se ne frega di tutto e di tutti. A dire il vero ci sarebbe qualcosa che suscita il suo interesse: le belle donne. Non quelle tipe un po' basse, con le gambe grosse ed il sedere basso. Ad Ugo piacciono quelle ragazze che escono solo nel tardo pomeriggio nei fine settimana, indossando vestiti mozzafiato, e camminano su trampoli che le slanciano verso il cielo. Ugo si farebbe volentieri calpestare da una di loro, ma si rende conto di non avere alcuna possibilità. Si vede che la cretinaggine di Ugo ha un limite. Cammina lungo il fiume, osservando da fuori tutti quei locali che finiscono sott'acqua tutte le volte che la piena alza il livello. Lui non ha mai neppure provato ad entrare in uno di quei locali, perché teme di incorrere nelle ire di qualche buttafuori poco propenso a trattare bene gli straccioni. Cammina con passo strascicato, mentre una donna bellissima veleggia verso di lui. Veleggia perché sembra che non tocchi il suolo, ed anche perché ondeggia con quel suo culetto strepitoso. Una super-donna. In momenti come questi, Ugo rimpiange di non essersi fatto una doccia. Rimpiange altresì di non indossare abiti adeguati, e di non possedere un'auto nera e veloce. Non si rende conto che, se anche fosse ricco e lavato, resterebbe sempre una bestia incapace di intavolare qualunque discussione. Adesso sì che Ugo si sente uno scarto, che neppure la fogna abbia voluto portar via. Ma ecco che il miracolo si verifica: la donna slanciata, bellissima e vestita di nero si volta verso Ugo, e gli sorride. A dire la verità, non si può dire che quella splendida creatura sia proprio vestita. Diciamo che indossa un unico indumento, fine e leggerissimo, che non si capisce come faccia a stare attaccato a quel corpo fantastico. Ugo si chiede come mai quel maledetto indumento non scivoli via, scoprendo meraviglie paradisiache. Ma lei non si limita a sorridere a quel rospo di Ugo; la fata scesa tra i mortali si avvicina decisamente ad Ugo, nonostante la puzza che promana dallo straccione. I presenti assistono all'evento con sorpresa e disgusto: possibile che la splendida creatura sia impazzita? Che soffra di una insana attrattiva nei confronti degli scarti umani? Ugo non sa più cosa pensare, specie perché i suoi occhi cercano di cogliere la frazione di secondo in cui il maledetto abito si staccherà da quel corpo. Ugo pensa che, se dovesse vedere qualcosa di ciò che il tessuto cela, potrebbe morire felice. Lei lo prende addirittura per mano, comunicandogli un sensazione di calore che non sentiva dal tempo in cui sguazzava nel liquido amniotico. Il profumo lo avvolge e lo sommerge; lui che è abituato alle puzze di pesce, di urina, di vomito e di topi morti! Tale è la potenza di quel profumo che Ugo non sente neppure più il fetore delle sue ascelle. Ed infine lei lo conduce via, sotto gli sguardi degli invidiosi, dei perplessi e dei disgustati. Gli parla, con voce carezzevole e profonda; le pulsazioni del cuore di Ugo finalmente rallentano, pur restando sopra quota cento. Lo straccione fortunato biascica qualche risposta, pur rendendosi conto di star emettendo suoni a metà tra il belato della pecora e ed il raglio dell'asino. Lui non saprebbe dire se si siano allontanati dalla riva del fiume a piedi o volando. Di sicuro non sono più lì. La sera ha lasciato posto alla notte, con i suoi insetti rumorosi e fastidiosi. Da quelle parti però i grilli, se ci sono, hanno deciso di far silenzio. Ingrid gli ha comunicato il suo nome, ed Ugo pensa che neppure sotto quell'aspetto sia possibile fare un paragone tra una fata ed un umano veramente scadente. Ingrid non cessa di sorridergli, ed Ugo si accorge improvvisamente che lei è bionda! Come diavolo ha fatto a non notarlo prima? Gli era parso che lei assomigliasse ad una bellissima cantante britannica, bruna, snella, fine in maniera esagerata. Ora lo guarda con due occhioni azzurri; ma di un azzurro talmente esteso e dilagante da fargli bollire il sangue. Per lei farebbe di tutto: organizzerebbe un attentato al premier, sperando di riuscire a tirargli addosso almeno una statuetta. Morirebbe felice, bastonato a morte dalle sue dieci guardie del corpo. Non è possibile che uno con dieci guardie del corpo, grosse ed armate, si becchi una statuetta in faccia! Quante guardie del corpo dovrebbe avere, per non fungere da bersaglio al primo cretino lanciatore di statuette? Venti potrebbero bastare? Ugo non può ovviamente rispondere a simili questioni balistiche. Fortuna che Ingrid non gli vuole chiedere di attentare al premier. Ingrid, bella com'è, imbambolerebbe tutte le guardie del corpo del mondo, eunuchi compresi. Improvvisamente Ugo si desta dal suo torpore, rendendosi conto di essere capitato in una specie di spiazzo tra rovine di case abbattute o bombardate. Se sono state bombardate, il comune finora se l'è presa con calma. Che aspettino il centesimo anniversario della fine della guerra? Del resto Ugo non sa quando è finita la guerra, e neppure di che guerra si tratti. Lo spiazzo tra le macerie è grande, ed al centro sorge un grosso macigno piatto. Mentre si avvicina, mano nella mano di Ingrid, il nostro eroe straccione fatica a mettere a fuoco la vista. Come se nuotasse in una strana nebbia. Ad Ugo finora solo una cosa era andata bene: gli occhi; perdere la vista lo getterebbe nello sconforto più nero. Come potrebbe assorbire tutta la bellezza di Ingrid? Gli servirebbero due occhi in più, tanto è stupenda. Sorpresa: Ugo ha iniziato a pensare ad Ingrid come alla sua fidanzata! Povero pazzo! Ma chi è quella donna incatenata al macigno? Ferox volta la testa, per guardare negli occhi i nuovi arrivati. La donna leopardo di Evolution vorrebbe emettere uno dei suoi versi agghiaccianti, ma i dardi narcotizzanti impiegati per catturarla non hanno ancora cessato il loro effetto. Ugo scorge in lontananza, tra le ombre, alcune figure incappucciate. Ferox è saldamente incatenata al macigno, mani e piedi, e cerca di svegliarsi del tutto. La donna leopardo non ha bisogno della luce delle torce per vedere: i suoi occhi felini stanno riacquistando la potenza originaria. Anche Ugo incomincia a vedere la luce, sebbene in maniera diversa. Ingrid non è più bionda, ma ha assunto una tonalità meno vistosa. Rimane indubbiamente una bella donna, ma adesso sembra un essere di questa Terra. Mentre l'incantesimo svanisce, la donna consegna ad Ugo un coltello dall'aspetto strano e pericoloso. Strani sentimenti attraversano il cuore dello straccione, non ultimo la convinzione di essere stato preso in giro. Ma non si è liberato completamente dalla fascinazione della strega. Per cui solleva la lama terrificante, eseguendo gli ordini di quella donna che gli ha carpito il cuore. Ma lei non vuole il cuore di Ugo: non sa cosa farsene. Vuole il cuore della mutante Ferox. Grazie al sangue versato, ed alla morte della super-eroina, Ingrid e la sua congrega vogliono rendere omaggio al Male. Non sono veri necromanti, bensì maghi neri quasi autodidatti, ma il tomo maledetto è comparso il sogno ad Ingrid, per dirle come organizzare la cerimonia sanguinosa. Ugo abbassa la lama, ma colpisce volontariamente la pietra, scalfendo leggermente la pelliccia di Ferox. L'impatto provoca una scintilla nel punto di contatto tra acciaio e pietra. La donna leopardo ha però riacquistato la voce, ed il suo verso è agghiacciante. Ugo lascia cadere il pugnale, che si conficca nel terreno. Ferox non riesce a spezzare quelle catene enormi, ma i gatti presenti tra le rovine sentono il suo grido e si mettono in moto per salvare la vita alla loro eroina. Ingrid ormai non assomiglia più ad una bellissima e disponibile pin up. L'incantesimo di dissimulazione è caduto, rivelando un volto non più giovane, deformato dall'odio. La malvagia creatura decide di eseguire lei stessa il rito di sangue, giacché l'allineamento planetario sta passando. Ingrid la strega solleva quello strano e pericoloso pugnale, ma Ugo, spinto da chissà quale senso della giustizia, cerca di levarglielo dalle mani. Però Ugo non è un uomo forte: è un relitto umano, indebolito sotto molti punti di vista. Tuttavia lotta strenuamente per salvare la creatura selvaggia incatenata al macigno. Poi accade l'irreparabile, con la lama che scivola nelle carni di Ugo. Lo straccione tornato ad essere uomo, e divenuto eroe, cerca ancora, nonostante la tremenda ferita, di fermare la mano della sua ex amata, ma la vita lo abbandona. A questo punto, un lampo di commozione attraversa il cuore selvaggio di Ferox. Subito però la pietà si trasmuta in forza super-umana, e con uno strattone terrificante strappa una delle catene dalla roccia. Ingrid, armata della sua arma insanguinata, indietreggia. Non osa avvicinarsi alla donna leopardo, che è ancora vincolata da tre catene. Ingrid non è però sola, ed suoi assistenti arrivano a darle manforte; ma non sono i soli a giungere sul luogo del mancato sacrificio. Il dispositivo di volo individuale di Kong lo ha condotto lì a grande velocità. Il grido d'allarme lanciato dai gatti è stato raccolto dai sensori cibernetici e dai poteri telepatici di Evolution. Per la super-squadra, pensare è agire. Kong si sgancia dal suo dispositivo mentre sta ancora volando ad alcuni metri dal suolo. Il craft di Kong atterra indipendentemente, mentre il possente mutante piomba come una tonnellata di mattoni in mezzo ai nemici. Per prima cosa, afferra una ad una le rimanenti catene di Ferox, ed unendo le forze le strappano con rumore di pietre distrutte. Lo scontro che ne segue non è degno di particolare narrazione: una dozzina di umani contro due potentissimi mutanti! I più fortunati tra gli adoratori del male sono atterrati dai pugni e dai calci di Kong: vivranno per raccontarlo. I meno fortunati assaggiano gli artigli della donna leopardo, con la quale al momento è impossibile ragionare, ed è sconsigliabile proporglielo. Ingrid rimane per ultima, perché così ha voluto la donna leopardo. Ferox vuole spegnere la sua vita malvagia nel luogo in cui lei ha ucciso Ugo. Non può riportarlo in vita, ma i suoi artigli tremendi vendicano nel sangue una vita che solo alla fine ha assunto un grande significato. Infine giacciono al suolo Ugo ed Ingrid, ma adesso sembra che il più bello tra i due sia lui.
