La città del Giglio si affaccia sul mare interno. Il suo golfo è in grado di consentire l'ormeggio di navi di grosse dimensioni. La forma del golfo della città del Giglio è tale che le mareggiate raggiungono solo in parte la riva. Significa che tutte le operazioni di carico, scarico e riparazione delle navi possono essere effettuate anche con la brutta stagione. Più ad ovest si trova la città della Rosa, che è rivale della città del Giglio nel commercio nel mare interno. La città della Rosa non dispone di un porto assimilabile a quello della città del Giglio, ma le sue navi solcano comunque numerose il mare interno. Quelli della Rosa odiano quelli del Giglio, che sono favoriti dalla conformazione della costa. I marinai della Rosa si sentono però più forti ed abili di quelli del Giglio, visto che devono fare i conti con il mare anche quando le navi sono ormeggiate. Le città del Giglio e della Rosa sono in guerra, perché le loro rotte commerciali si sovrappongono e si intersecano troppo spesso. La città del Tulipano, si trova a centinaia di chilometri dalla città del Giglio, e, sebbene si affaccino ambedue sul mare interno, non dovrebbero sussistere motivi di attrito. Tuttavia anche la città del Tulipano ha dichiarato guerra alla città del Giglio, che pare essere in nemico da battere nel piccolo mondo che gravita sulle sponde di quel piccolo mare. Il quadro si complica ulteriormente, dato che la città della Margherita, che sorge sulla costa del medesimo mare, in un punto lontanissimo dalle città precedentemente citate, ha anch'essa dichiarato guerra alla città del Giglio. Naturalmente, per salvaguardare l'ipocrisia politica, ai popoli in guerra non è stato raccontato che dovranno versare il sangue in nome del commercio. I politicanti aggressori, della Rosa, del Tulipano e della Margherita, si sono inventati una crociata contro la città del Giglio. Arruffapopolo specializzati aizzano gli stupidi umani, sostenendo che il nemico adori idoli, che sarebbero nemici delle divinità in auge in quel contesto. Se gli esseri umani fossero intelligenti come dicono, non si imbarcherebbero mai in una crociata in nome di una divinità, contro un dio adorato da qualcun altro. Che gli dei se la sbrighino tra di loro, giacché gli uomini devono risolvere problemi ben più concreti. Gli arruffapopolo però sanno per istinto che, grazie alle grida ed alle emozioni indotte, le chiacchiere più stupide, le menzogne più orrende, le affermazioni impossibili da verificare fanno leva sui pochi neuroni in dotazione al popolino. Ed allora eserciti di straccioni si armano di forconi, di vanghe e della balestra del nonno, e partono via mare per sconfiggere il demone di turno. Messaggeri a cavallo e piccioni viaggiatori trasportano missive che coordinano le operazioni belliche. I re delle città che hanno dichiarato guerra al Giglio sperano di vincere grazie alla quantità degli armamenti. Navi a vela e galere propulse da rematori partono da un porto della Margherita, che si trova nell'estremo oriente del mare interno. Impiegano quasi un mese per giungere dove le navi degli alleati le attendono. I detenuti che remano nelle galere sperano in una vittoria, che per loro significherebbe la libertà. Nessuno degli aggressori pensa che dovrà massacrare innocenti civili. Forse qualcuno addirittura ci conta, per sfogare la sua naturale malvagità. La città del Giglio non ha scelta, ed affronta in mare aperto le forze soverchianti degli avversari. Solo alcune navi dispongono di rudimentali cannoni, che sparano grosse palle di pietra. A volte, i cannoni scoppiano in faccia agli artiglieri, appiccando nel contempo fuoco alle vele. Gli aggressori hanno adottato le bandiere rosse, per distinguersi da quelli del Giglio, le cui bandiere sono blu. I velieri rossi urtano i velieri blu, con grande rumore di fasciame frantumato. Altre navi impiegano ancora la strategia sempre valida dello speronamento. Tuttavia sovente la nave che sperona finisce sul fondo del mare assieme a quella speronata. Succede quando riposta essa stessa danni nello scontro, e non riesce a sganciarsi dalla fiancata sfondata. Fanti armati di lance e fionde scagliano le loro armi contro avversari che si trovano su velieri in rotta di collisione. Tutti gridano e si esaltano. I rossi ed i blu sono convinti di essere i buoni e di combattere contro il male. Tutti buoni e nessun cattivo. Da una parte e dall'altra gli umani pregano gli dei, sperando di non lasciarci le penne. Male che vada però tutti sperano di accedere al paradiso. Le divinità di solito non hanno tempo da perdere con l'idiozia umana. Le preghiere di quel volgo idiota finirebbero nel vuoto se uno tra gli dei non prestasse loro attenzione interessata. Chi se non il dio della battaglia e del massacro? Invisibile agli occhi di quegli stupidi mammiferi assetati di sangue, il dio scende in mezzo a loro, e trae grande godimento nel contare le prime vittime dello scontro tra i due eserciti. A lui non interessa chi abbia ragione, purché si ammazzino reciprocamente di botte e mazzate. Pervade l'anima di questo e di quello, che si scagliano avanti incuranti delle ferite subite ed inferte. Poi i corpi perdono letteralmente i pezzi e muoiono; così il dio ne invasa altri. La carneficina continua per un giorno intero; i ponti delle navi ancora a galla sono resi scivolosi dal sangue. Alla fine, la stanchezza prende il sopravvento, e la battaglia navale cessa. Le navi del Giglio si allontanano verso la città, per prepararsi alla difesa estrema. Gli aggressori contano le vittime, che finiscono in pasto ai pescecani, accorsi in massa a quella festa tra idioti. Buttano in mare anche i feriti, perché questa è la volontà del dio della guerra. Non è finita: bisogna prepararsi per l'assedio, che, data la consistenza delle mura della città, si preannuncia lungo e sanguinoso. Il dio della guerra è fondamentalmente un demone del sangue, che esiste da quando queste stupide scimmie sono scese dalle piante, ed hanno iniziato ad uccidersi reciprocamente per un motivo o per l'altro. Tutti gli idioti che si sono massacrati hanno reso più forte il dio della guerra, che pregusta il seguito, come se avesse appena assaggiato l'antipasto. In un altro punto dello spazio-tempo, il formidabile Dragonfire avverte il richiamo del destino; non gli è chiaro in cosa consista, ma lo scoprirà presto. Il drago verde, amico dei mutanti terrestri di Evolution, percepisce la realtà in una maniera estremamente sottile. È ben conscio del suo ruolo nell'ordine delle cose, ed è sicuro che sarà presto chiamato a combattere le forze del male. Il drago alieno flette i muscoli senza pari, mentre la sua super-fiamma pare pregustare il momento in cui sgorgherà invincibile dalle fauci. Nella città del Giglio, tutti corrono a presidiare le mura, a rifornire di frecce gli arcieri, a fare bollire l'olio da buttare addosso agli scalatori. Chiuse le porte, tra la città ed il mare rimangono alcuni piccoli insediamenti. I pescatori ed i contadini cercano di scappare, ma la città è loro preclusa. Si trovano tra due fuochi, in un luogo dove non vorrebbero mai stare. Poi inizia lo sbarco, e la marmaglia semi impazzita dei rossi corre verso le mura della città del Giglio. Sulle mura, i difensori si preparano a vendere cara la pelle, ma per ora non intendono sprecare le frecce su quei cretini privi di armatura. Gli arcieri hanno l'ordine di abbattere i cavalieri, e, se dovessero non farcela a superare l'acciaio delle armature, toccherebbe ai poveri destrieri mordere la polvere, e morire nel sangue. Come una marea di fango, l'avanguardia si precipita contro le povere casupole, depredando ed uccidendo. Gli uomini resistono, vendendo cara la pelle, ma le donne ed i bambini non hanno scampo. Non è chiaro in nome di quale divinità quella gentaglia intenda uccidere degli innocenti. Lavorano tutti per il dio della guerra, ma non lo sanno, e lui non si cura degli insetti. Un bimbo si trova abbandonato in mezzo al caos, perché la madre è stata aggredita da un sordido individuo che intende violentarla. Nel giro di pochi secondi il piccolo umano potrebbe essere calpestato ed ucciso senza pietà. Potrebbe accadere se il ruggito del drago non attraversasse le barriere dimensionali, preannunciando la venuta di Dragonfire. Una paura atavica corre lungo la spina dorsale della feccia umana intenta a seviziare ed uccidere. Nessuno, per parecchi minuti, osa muovere un muscolo. Finché, con un fragore di tuono, un portale dimensionale frantuma il tessuto dello spazio-tempo, permettendo l'arrivo del drago. Il portale si richiude, mentre le poderose zampe del potentissimo rettile affondano nel terreno. I cavalieri sono ancora lontani, ed i fanti devono fare affidamento sulle loro forze. Si chiedono se quelli sia uno degli idoli adorati dalla città del Giglio. Allora è vero ciò che si dice sul loro conto. Dragonfire raccoglie da terra il piccolo umano, che nella sua zampa formidabile quasi scompare. Il bambino non mostra paura, perché l'alieno ispira la massima sicurezza nelle forme di vita più fragili ed inermi. Solo uno dei pazzi aggressori osa scagliare la sua lancia addosso al drago; ma nulla può quel debole acciaio, propulso da deboli muscoli. Senza neppure degnarlo di uno sguardo, Dragonfire scaglia verso di lui una codata di immane potenza. L'umano comprende, seppur in ritardo, di avere commesso un suicidio, sfidando il demone in forma di drago. La coda non lo raggiunge, ma lo spostamento d'aria lo scaglia a decine di metri di distanza. I fanti si danno alla fuga urlando. Mentre loro si girano per scappare, il loro simile interrompe il suo volo contro una capanna. Attraversa come un proiettile una parete di fango disseccato, e si frantuma numerose ossa, comprese le vertebre cervicali. Dragonfire si avvicina a grandi passi alla porta della città del Giglio. Dalle mura hanno assistito alla manifestazione della sua forza, e nessuno prova a mettere alla prova la sua pazienza. Il drago, reggendo il bimbo in una zampa, usa l'altra per bussare. Il rimbombo è tale che nessuno può ignorare quella gigantesca presenza verde e scagliosa. Dopo una rapida consultazione, gli addetti alla porta aprono i battenti. Si sono detti che il drago ha bussato per pura cortesia; avrebbe benissimo potuto, con pochi colpi super potenti, frantumare il legno spesso e stagionato. La folla mantiene una distanza di sicurezza dal gigante verde, che entra nella città. Giunto in uno spiazzo, Dragonfire deposita a terra il piccolo a cui ha salvato la vita. Il bambino non piange perché capisce che l'alieno ora ha altro di cui occuparsi. Numerose donne accorrono, per rifocillare la piccola creatura, che segue con lo sguardo il drago che si allontana. La venuta di Dragonfire suggerisce numerose riflessioni, subito interrotte dall'attacco delle truppe rosse. I difensori riversano sugli aggressori pietre, olio bollente e frecce. Gli attaccanti schierano catapulte, con le quali lanciano massi contro il muro e la città stessa. Chi ha costruito la città del Giglio ha scelto una collinetta, per cui gli attaccanti si trovano in ulteriore svantaggio. L'assedio potrebbe durare mesi, se non fosse per un passaggio segreto, che passa sotto le mura. Si tratta di un canale fognario abbandonato e non occluso. Gli aggressori hanno corrotto e pagato profumatamente l'ex capo degli sbirri della città. Anche in questo caso, il tradimento riesce dove falliscono le armi. Truppe scelte irrompono in città, scatenando un fuggi fuggi generale. Si trovano alle spalle delle truppe regolari dei difensori. Gli incursori rossi abbattono i pochi coraggiosi, che cercano di fermarli. Poi si dirigono verso il palazzo ducale. Il loro obiettivo è di prendere come ostaggi le donne ed i bambini, per costringere i militari ad arrendersi. Il traditore ha infatti rivelato dove si trovano i figli e le mogli dei soldati della città. L'idea di concentrare in un solo posto le persone più vulnerabili si ritorce contro chi l'ha concepita. I difensori nel frattempo hanno chiuso il varco attraverso il quale le truppe rosse sono entrate in città. I difensori non sanno ancora quale sia il piano delle truppe d'assalto. Gli invasori sono certi dell'effetto sorpresa, ma non si sarebbero mai immaginati di trovare una tale accoglienza. Dragonfire, che sembrava scomparso, si frappone tra gli inermi e coloro che vorrebbero far loro del male. Essendo coraggiosi, al di là del torto o della ragione, i soldati rossi ingaggiano battaglia contro il drago verde. Lo bersagliano di frecce, ma lui rimane immobile come se a colpirlo fossero fuscelli. Le lance non cambiano i termini della questione. Non rimane che lo scontro fisico, e quegli umani si lanciano contro il drago, colti da una frenesia di morte. Il dio della battaglia è dietro di loro, invisibile ai mortali, e li spinge all'estremo sacrificio. Dragonfire è un rettile extraterrestre, che non ha mai elaborato le cervelloticità degli umani. È attaccato e risponde di conseguenza. Non dice: “peccato per loro”, perché non è stato lui a cercare lo scontro. Dragonfire si trova in un quadrante dello spazio-tempo che non è il suo, per difendere gli inermi dall'ingiustizia della guerra. Tornerà a casa, dagli amici di Evolution, ma non prima di avere debellato il male. Non si è schierato per il Giglio, ma a difesa degli innocenti. Il drago è assolutamente efficiente in tutti i suoi movimenti: pugni, calci, colpi di coda, che frantumano armature ed ossa. In breve, la grande sala si riempie di corpi abbattuti, che sono morti o stanno per farlo. Dragonfire li osserva con distacco, ma è certo che l'attacco non sia terminato. Infatti il furente dio della battaglia decide di materializzarsi, per contrapporre la sua forza divina a quella del demone verde. La divinità che gode della sciagura e della morte in battaglia è fortissima, avendo tratto energia da quanti sono morti in suo nome. Schiaccia coloro che agonizzano, per nutrirsi ancora. Quindi si scontra, muscoli contro muscoli, con Dragonfire. Donne e bambini scappano dalla sala, che è diventata il luogo più pericoloso della città. Il dio della battaglia colpisce con la sua ascia insanguinata, ma Dragonfire la intercetta a mezz'aria con un colpo della sua invincibile coda. La mano che regge l'ascia perde la presa, e l'arma vola attraverso la sala, distruggendo ciò che incontra. I due esseri ultraterreni si scambiano colpi eccezionali, che mettono in seria difficoltà l'architettura del palazzo di pietra. Difficile dire quanto duri realmente un confronto tra esseri che sono dotati di poteri in grado di distorcere spazio e tempo. Dragonfire nota che il nemico sembra accrescere la propria forza, e non capisce da dove tragga quella forza aggiuntiva. Il dio della battaglia non ha mai incontrato un essere come Dragonfire, che incassa i suoi colpi più forti, e li restituisce. Nel frattempo, cessato l'influsso della divinità maligna, gli aggressori hanno interrotto il loro attacco, e stanno tornando alle loro navi. Sono frastornati, come se si svegliassero da un incubo. Dragonfire decide di chiudere l'incontro, e, con un ruggito assordante, colpisce l'avversario con un pugno simile ad una meteora. Il dio della battaglia indietreggia, ma non cede ancora. È ferito, ma inizia quasi subito a guarire. Però si accorge di non poter attingere altra energia al suo esercito, perché l'esercito si è sciolto. Viceversa Dragonfire scopre di poter usare a proprio vantaggio le emozioni di quanti stanno facendo il tifo per lui. Il dio impazzito balza in avanti, feroce come una tigre, ma la super-fiamma del drago lo blocca e lo costringe ad arretrare. Quella divinità è, all'interno del suo pantheon, seconda solo al re degli dei, ma ora tutte le sue certezze si sbriciolano. Il drago non intende perdere il vantaggio acquisito, ed intensifica il potere che gli dà il nome. La forma fisica del dio della battaglia è più dura della pietra, ma la super-fiamma di Dragonfire la tramuta in lava. Il dio grida un'ultima volta, poi la sua sostanza fisica collassa, e lui viene scagliato in un altro piano dell'esistenza. Una scintilla di quel che era un dio compare in uno spazio terribilmente alieno. La sua consapevolezza è messa a dura prova da quel che vede e specialmente da ciò che non vede. Sulla Terra era un dio, qui è una sorta di piccolo insetto, che rischia continuamente di essere schiacciato. Forse imparerà cosa significhi sentirsi inermi. La sala del palazzo ducale è distrutta dal potere del drago, ed i cadaveri sono stati inceneriti. Di Dragonfire nessuna traccia, perché la sua missione è compiuta. Come commiato, giunge però da una distanza siderale il ruggito del drago verde, che suggella la sua vittoria. Il ruggito di Dragonfire è un monito verso chi crede che gli innocenti siano sempre facili vittime.
domenica 24 ottobre 2010
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