martedì 4 settembre 2012

BATTAGLIA NAVALE_204° episodio

Nel corso dell'ultimo conflitto mondiale, le potenze che avevano aperto le ostilità lanciarono sui campi di battaglia le loro macchine da guerra. I carri armati degli aggressori, molto più grossi e potenti di quelli degli aggrediti, disintegrarono facilmente le schiere nemiche. I carristi attaccanti credettero di essere invincibili, solo perché avevano attaccato per primi, ed avevano sbaragliato dei poveri pellegrini che speravano di fermarli con una carica di cavalleria. In seguito, quando gli aggrediti misero in moto le loro industrie belliche, lo scontro fu più equilibrato, con morti da ambo le parti. Gli oceani divennero a loro volta terreno di scontro per mostri metallici di dimensioni molto superiori. Quando iniziò il conflitto mondiale, il secondo, le navi di legno erano state ormai sostituite completamente da vascelli in acciaio. Le industrie estrattiva e siderurgica lavoravano a pieno regime, fornendo il materiale da costruzione ai cantieri navali. Gli strateghi che pianificarono la guerra lampo fecero assemblare navi da battaglia fornite di corazzatura massiccia e cannoni di grosso calibro. Sul mare, gli uomini si ammantarono di acciaio ancor più che sulla terra. I carri armati ebbero sempre bisogno della fanteria, e la fanteria dei carri armati. In un ambiente ostile come il mare, invece, i marinai si rintanarono nelle viscere delle loro case metalliche. I sottomarini, vascelli fatti per navigare sotto le onde, accolsero marinai destinati a non vedere quasi più la luce del sole. Un sacrificio, forse, ma agli umani piace più di ogni altra cosa disporre del potere di distruggere i loro simili. Quando uscì dal cantiere navale, la nave protagonista di questa storia era all'avanguardia come armamento e corazzatura, ma anche dal punto di vista della propulsione e dei dispositivi di avvistamento. Ingegneri veri si erano sforzati, con notti insonni, di individuare i punti deboli del progetto, per rimuoverli prima della sua realizzazione pratica. Menti selezionate, votate a realizzare un'opera superiore, erano state costrette alla vita monastica, perché non dovevano subite distrazioni. Come i maestri forgiatori di spade, che infondono in ognuna delle loro creature una vita propria. Non grandissima, ma comunque enorme, a metà tra un incrociatore ed una corazzata, la nave doveva essere più veloce e possente di entrambe. Un sacrificio al dio della guerra, che di sicuro fu presente al suo varo, e versò per lei lacrime di commozione. Furono peraltro lacrime di sangue, giacché il tremendo vascello prese a solcare i mari, distruggendo ogni avversario che le capitasse di incrociare sulla sua strada. Gli uomini d'equipaggio furono selezionati tra i più tremendi della marina: veri fanatici pronti a tutto, specie ad uccidere. E “La lancia di Odino”, questo il nome della nave, sparò sui mercantili, che portavano rifornimenti ai nemici. Neppure i sommergibili riuscirono a mettere a segno contro di essa un buon lancio di siluri. La tecnologia di avvistamento, fantascientifica per quel periodo, consentiva infatti alla nave di schivare tutti i colpi. Poi iniziava la caccia vera a propria, e l'audace che aveva osato aggredire quella meraviglia della tecnica navale veniva inseguito come il gatto fa con il topo. Il comandante della nave, tremendo tra uomini tremendi, godeva infatti nell'infliggere sofferenze. Come raggiungere questo obiettivo? Facendo credere al nemico di essere riuscito a scappare, per poi piombargli nuovamente addosso. La caccia durava delle ore, perché il comandante ordinava ai suoi di non distruggere il sottomarino, ma solo di danneggiarlo un po' di più. Altrimenti una sola bomba di profondità avrebbe posto fine quasi istantaneamente a oltre cento vite. Ma così non sarebbe stato divertente. Meglio tirarla per le lunghe, annientando le anime prima dei corpi. La nave divenne leggenda e terrore di tutti i convogli mercantili, che vennero affiancati da incrociatori e corazzate. Neppure questo fu sufficiente a frenare la bramosia di sangue della distruttrice e dei demoni umani che vivevano al suo interno. Attaccavano comunque, a prescindere dal numero dei nemici, e parevano protetti da qualche demone maligno. Diverse volte la nave venne colpita, ma l'acciaio con il quale era costruita resistette tenacemente. Poi però i nemici ne ebbero abbastanza, e furono loro a prendere l'iniziativa. Trovarono la nave nemica, che disdegnava di associarsi con altri vascelli battenti la medesima bandiera. La circondarono e, a prezzo di danni, morti ed affondamenti, la colpirono con tutto ciò che avevano. Il mare prese fuoco, a causa del carburante versato. I morti bruciavano a pelo d'acqua, ed anche i vivi caduti in mare. Il fumo avvolse la nave micidiale, mentre i nemici continuavano a colpire alla cieca, anche con i bombardieri. Alla fine, quando il fumo venne dissipato dalla brezza marina, la Lancia di Odino era sparita, e si disse che fosse affondata, giacché dove sarebbe potuta scappare? Dove e quando sono molto relativi quando ci si trova a navigare su un oceano tra le dimensioni dell'esistenza. Adesso, dal punto di vista di Evolution, la prima cannonata della Lancia di Odino scaglia un proiettile ad alto potenziale a pochi metri dalla prua del loro cacciatorpediniere. Alcune ore dopo la sua ultima battaglia, dal punto di vista dell'equipaggio della nave da guerra, la nebbia si è diradata. Sulla Terra sono trascorsi quasi settanta anni. I marinai assetati di sangue e di vittoria hanno aperto il fuoco sul primo bersaglio disponibile, che non batte alcuna bandiera, quindi per loro è un nemico. Dragonfire si trova sul ponte del cacciatorpediniere di Evolution, che, mosso da forze inesplicabili, volge la prua verso il nemico, molto più grosso e meglio armato. Il drago sorride, con tutte le sue tremende zanne, pregustando un vero scontro. Il cacciatorpediniere di Evolution rivendica in quel frangente il suo nome: “Vae Victis”, guai ai vinti, e parte all'attacco. Il capitano della Lancia di Odino ordina di aprire il fuoco, con tutti i cannoni disponibili, contro quella nave che, invece di scappare, avanza verso lo scontro. Quasi subito gli addetti ai pezzi scatenano una bordata micidiale. Uomini accaldati e sudati, ma felici di poter fare del male al prossimo. La loro vita è una continua battaglia, e ne sono entusiasti. Sarebbero felici di morire e di finire negli abissi, con la loro amata nave, dopo aver recato danni spaventosi a uomini e cose. Adorano le divinità della guerra, ma anche quelle della distruzione. I proiettili, grossi e dotati di grande potere esplosivo, volano verso la Vae Victis, ma la nave reagisce orientando le sue torrette antiaeree, ed aprendo il fuoco. Dragonfire osserva estasiato l'iniziativa del loro cacciatorpediniere, che evidentemente non ci sta a fare la vittima sacrificale di quei teppisti dei mari. Fulminatore si affianca al drago verde, che si appresta a prendere il volo sul suo dragoncraft. Attaccherà dall'alto la Lancia di Odino, ma prima occorre evitare che le cannonate sventrino la nave, che è anche la loro base galleggiante. Ne è passato del tempo da quando il mutante elettrico era in grado di lanciare solamente scariche rettilinee; dopo molte battaglie, ha infatti appreso l'arte di dare quasi vita ai suoi lampi. La Vae Victis spara a più non posso, ricaricando i suoi cannoncini con proiettili che paiono quasi materializzarsi dal nulla. In realtà giacciono stipati nei suoi capaci magazzini, ma nessun servente umano li trasporta sui montacarichi. La nave fa tutto da sola. Eppure anche questa magia ha dei limiti, specie perché l'avversario è veramente formidabile. La Vae Victis, se fosse sola perirebbe, ma Fulminatore sta già dicendo cosa ne pensa in proposito. I proiettili in arrivo viaggiano quasi alla velocità del suono, quindi per i fulmini del mutante elettrico sono praticamente fermi. L'energia elettrica ad alto potenziale gioca con il metallo volante, irridendolo. Lo aggira, lo studia, ed infine lo penetra con tentacoli sottilissimi; a questo punto, obbedendo agli ordini di Fulminatore, i suoi emissari distruggono dall'interno gli ordigni. Non importa se esplodano o meno, dato che, se capita, avviene a distanza di sicurezza dalla Vae Victis. La Maga non può adoperare al meglio le sue doti psioniche contro i proiettili in arrivo, non disponendo essi di un sistema nervoso biologico. Eppure la lunga esperienza di gruppo coordina al meglio i suoi poteri con quelli di Kong e di Ferox. I due mutanti sono naturalmente velocissimi di riflessi, ma, grazie alle doti della Maga, raddoppiano la loro reattività. Gli ultimi proiettili della salva micidiale finiscono così preda dei cannoncini manovrati a velocità sconvolgente dall'uomo bestia e dalla donna leopardo di Evolution. Il decollo di Dragonfire avviene senza suoni dirompenti, perché il dragoncraft, inventato da Kong, converte la sua super-energia in levitazione e spinta propulsiva. Si innalza oltre la parabola di tiro impostata nei cannoni della Lancia di Odino, e vola deciso verso il ponte della grande nave nemica. I marinai che lo vedono arrivare in volo non credono ai loro occhi: un drago verde, alto tre metri, con tanto di coda! Stanno cercando di capire come mai nessuna delle loro cannonate abbia raggiunto la Vae Victis, ma Dragonfire è già su di loro. Adottando una strategia collaudata, il possente alieno ordina al suo supporto di attenderlo in volo stazionario. Lui invece salta, da considerevole altezza, sul ponte principale della Lancia di Odino. L'atterraggio è decisamente più impressionante del decollo, e la nave non ringrazia. La massa di Dragonfire. settecento chili accelerati dalla forza di gravità, mette a dura prova l'acciaio progettato per resistere alle bombe. Tutti gli uomini disponibili salgono in coperta, armati fino ai denti, ed iniziano a sparare contro l'invincibile alieno. Non sanno, ma lo stanno scoprendo in diretta, quanto scarso sia l'effetto delle pallottole di piccolo calibro contro le scaglie della sua armatura naturale. Anzi, i colpi rimbalzano, ferendo gli stessi sparatori. Il capitano urla, cercando di superare il clamore collettivo. Ordina un assalto all'arma bianca, con baionette e coltellacci. Il primo manrovescio del colosso di Evolution scaglia lontano un manipolo di acciaccati assalitori. In altre occasioni Dragonfire ha frenato il suo potere, ma non oggi. Ha intuito che quelli che lo attaccano non temono le ferite e la morte, e le somministra quindi entrambe a piene zampe. Ardimentosi, o forse pazzi, pugnalano la corazza verde, ma i loro coltelli scivolano o si spezzano. Il drago avanza, con colpi di coda, che spazzano il ponte e le gambe della fragile umanità. La lezione che sta impartendo è la seguente: per adorare la distruzione, bisogna essere adeguatamente attrezzati, e lui lo è. I cannoni della Lancia di Odino non sparano più, e questo induce Ferox e Kong a decollare con i loro craft antigravitazionali. Ferox insiste per partecipare alla festa; Kong l'accompagna, più che altro desideroso di indagare la natura della nave nemica e del suo equipaggio di pazzi scatenati. Ferox e Kong non sono ovviamente forti come Dragonfire, ma lo affiancano abilmente in uno scontro a senso unico contro centinaia di umani vocianti, desiderosi di farsi massacrare. La donna leopardo e l'uomo bestia di Evolution sono incredibilmente agili, veloci e dotati di un fattore di guarigione quasi istantaneo. I pugni ed i calci di Kong riducono a mal partito le fragili ossa umane. Gli artigli della donna leopardo fanno di peggio: scavano, tagliano, squarciano, versano sangue ed ogni altro liquido che si possa versare. Le grida, che avevano accompagnato l'attacco contro Dragonfire, sono ormai state sostituite dai lamenti di dolore. Centinaia di membra più o meno vive strisciano nella poltiglia rossastra che copre il ponte principale della nave. Non è quindi la pietà che induce Dragonfire, Kong e Ferox ad interrompere la loro azione, quanto il desiderio di non imbrattarsi troppo con quella fanghiglia già in via di degradazione batterica. A bordo della Vae Victis, Fulminatore e la Maga vedono Kong e Ferox che prendono il volo dalla Lancia di Odino, dopo la battaglia. Dragonfire decolla per ultimo, per guardare le spalle ai colleghi; questa è la strategia che Evolution adotta per evitare che i super-eroi siano colpiti alle spalle, da nemici nascosti. Il dragoncraft risponde ai comandi mentali dell’alieno verde, e scende verso il ponte della nave da guerra. Ciò che Dragonfire si lascia dietro è un campo di battaglia, ma non un cimitero; parecchi marinai hanno saggiamente evitato di gettarsi nella mischia. Un lieve fruscio attrae però l’attenzione del drago, che rileva un movimento sospetto in una delle torrette. Altrettanto lentamente, uno dei cannoni sta regolando l’alzo. Evidentemente sta preparandosi a sparare contro la Vae Victis; un colpo di sorpresa adesso potrebbe cogliere di sorpresa la Maga e Fulminatore, ma Dragonfire non lo permetterà. Il plasma che risiede in lui inizia a pulsare, pronto ad erompere attraverso le fauci. L’azione è pressoché immediata: la super-fiamma del drago avvolge il cannone e la torretta girevole. Il metallo raggiunge nel giro di pochi secondi la temperatura di fusione, ma prima si dilata e si deforma. Il plasma risale la canna del cannone, come un predatore assetato di distruzione. L’operatore umano muore in una frazione di secondo, quando le munizioni stipate esplodono, distruggendo la torretta ed una buona sezione del ponte della Lancia di Odino. Terminato il suo lavoro, Dragonfire vola via, senza voltarsi indietro.

Nessun commento:

Posta un commento