domenica 2 dicembre 2012

ALIENI INTRATTABILI_217° episodio

La gigantesca astronave nera esce dall'iperspazio, in prossimità di un sistema binario; un sole leggermente più grande dell'altro. Numerosi pianeti ruotano attorno alle due stelle. Pianeti più o meno grandi, ricchi di acqua oppure dotati di un'atmosfera che sarebbe considerata velenosa da quasi tutte le specie conosciute. L'astronave prosegue lungo la sua rotta, giacché il comandante deve consegnare il suo carico ad un avamposto dell'impero, che si trova a centinaia di anni luce di distanza. Il prossimo salto nell'iperspazio colmerà parte dell'enorme distanza. Gli ordini del comandante vengono eseguiti senza esitazione alcuna, perché questi viaggiatori spaziali appartengono ad una specie che non alcuna considerazione per le sfumature dialettiche. Esseri che hanno colonizzato numerosi mondi, costringendo i nativi a sottomettersi o morire. Nella galassia, quelli che padroneggiano il volo più veloce della luce si sono riuniti in federazioni, per resistere alla concorrenza commerciale ed alle aggressioni militari. Tuttavia anche un'astronave all'avanguardia dal punto di vista tecnologico può incorrere in un imprevisto, che in questo caso si concretizza in un planetoide in rotta di collisione con l'astronave. Gli addetti alla visualizzazione degli ostacoli lungo la rotta sono stati colti di sorpresa, dato che il planetoide contiene quantità insolite di un minerale capace di interferire con le sofisticate apparecchiature. Non è però il momento di accertare chi abbia sbagliato. Occorre prima evitare una collisione sicuramente rovinosa. Sebbene la nave spaziale non sia ancora giunta nel punto giusto per accedere all'iperspazio, bisogna saltare. I generatori preposti alla formazione del campo di dislocazione entrano in funzione. Poi, appena in tempo per evitare l’asteroide, la nera astronave si tuffa nell'iperspazio. L'equipaggio è ammutolito; il balzo anticipato ha fatto saltare tutte le previsioni. Il comandante sa che il loro procedere è peggio di qualunque azzardo possa toccare sul mare. Navigare nella nebbia può significare urtare rocce affioranti o secche. Nello spazio interstellare, emergere dall'iperspazio sperando nella fortuna causa quasi sempre disastri incommensurabili. Ci si può materializzare dentro un pianeta o un sole, ma in questi casi la fine sarebbe pietosamente veloce. I computer di bordo cercano di fornire un piano alternativo, e suggeriscono di uscire dall'iperspazio proprio adesso. Una sensazione di distacco dal corpo, una vibrazione che agita le cellule stesse; poi l'equipaggio si rende conto che l'astronave è ancora pressoché intatta. L'euforia del momento si smorza però quando si scopre che la forza di gravità del pianeta sottostante li ha catturati. Sulla Terra, sono in molti a vedere quella meteora bruciare nel rientro, ma non sanno che si tratta di una nave spaziale destinata a sfracellarsi. Strepiti, urla agghiaccianti, zampe che trasportano corpi disumani da una sala all’altra, ma l’impatto è inevitabile. La grossa nave spaziale, o per meglio dire ciò che ne rimane dopo la frizione coll’atmosfera, si infila sfrigolante nei ghiacci profondissimi del polo nord. Gli esseri che si trovano a bordo tentano di uscire, ma l’acqua, prodotta dallo scioglimento del ghiaccio, si ricongela velocemente, intrappolandoli. Gli alieni provano a scavare con le chele e con le altre dotazioni cornee dei loro numerosi arti. Si tratta di una razza molto forte, che non ha quasi mai avuto bisogno di armi per soggiogare gli abitanti dei pianeti invasi. Sono violenti, feroci, spietati, ma il ghiaccio risponde con durezza ancora maggiore. Si direbbe voglia ricordare anche a loro chi comanda veramente sulla Terra: il clima, in tutte le sue manifestazioni estreme, assolutamente incontrollabili. Così accade che quegli esseri mostruosi, capitati per caso sulla Terra, non possano sciamare verso sud, e non abbiano modo di divorare chiunque incontrino sulla loro strada. Anzi, si indeboliscono, avviandosi alla morte per fame. Poi finalmente si rassegnano al letargo, che è il retaggio dei loro lontani antenati. Mostri che si sentono più che animali, ma devono ammettere che sarà solo la loro animalità ancestrale a mantenerli in vita, forse. Dal punto di vista degli alieni ibernati, lo scorrere del tempo è scandito da sogni nei quali per una volta non sono loro ad inseguire. Feroci ed impavidi durante la veglia, si chiedono chi possa permettersi di impaurirli in quel modo durante il sonno. I ghiacci nel frattempo si sono saldati sulla voragine causata dalla caduta dell’astronave nera. Il quella zona del pianeta ci sono solo orsi, che vagano alla ricerca di qualche foca da divorare. Non è che abbiano altra scelta: cacciare e mangiare o morire. Gli umani tribali che si aggirano sui ghiacci hanno anch’essi imparato a nutrirsi di quel che catturano, ed il loro menù comprende anche enormi pesci, che estraggono dalle acque dopo aver frantumato il ghiaccio. Passano le stagioni, e nella zona desolata arrivano altri umani, diversi da quelli autoctoni. Sono scienziati, che vogliono misurare lo spessore della banchisa, per verificare se l’inquinamento delle città, lontane centinaia o migliaia di chilometri, abbia assottigliato un ghiaccio che una volta si riteneva eterno ed immutabile. Gli umani tribali aiutano i nuovi arrivati, più “civilizzati”, nelle loro ricerche. Però si rifiutano di accompagnarli ad esplorare una zona che da loro è considerata tabù. Quasi tutti gli uomini bianchi ridono sotto i baffi delle strane paure degli indigeni. C’è però qualcuno che si domanda come mai dei cacciatori intrepidi e spietati abbiano paura di qualcosa che non si vede. I finanziatori della spedizione pretendono però che i carotaggi della banchisa proseguano, senza saltare alcuna area, seppur considerata sacra dai “selvaggi” locali. Definirli selvaggi non sarebbe peraltro adeguato, giacché da quelle parti di selve non se ne sono viste, a memoria d’uomo. Gli alieni intanto continuano a dormire anche quando le perforazioni degli uomini giungono dalle loro parti. Gli scienziati invece sono costretti a fermarsi, quando la punta del loro trapano urta contro il metallo dell’astronave imprigionata a decine di metri di profondità. Appena si diffonde la notizia, i nativi che si erano tenuti nei paraggi si allontanano velocemente. Come da copione, gli uomini bianchi, più grandi, più ricchi e più istruiti, si danno grandi pacche sulle spalle. Meglio così; senza spettatori nei paraggi, qualunque scoperta non sarà divulgata prima che sia il caso di farlo. I nativi non dispongono delle attrezzature necessarie a rimuovere tutto il ghiaccio che ricopre l’astronave, e neppure gli studiosi venuti dal sud. Costoro però possono adoperare dei lanciafiamme per creare una galleria. Per fare in fretta, geologi, biologi, chimici ed altri sedicenti scienziati organizzano dei turni di lavoro anche di notte. Non che da quelle parti si noti una netta separazione tra il buio e la luce. Quindi, dopo una decina di ore di duro fondere e scavare, gli uomini della spedizione possono toccare con le loro mani l’astronave proveniente da un lontanissimo sistema stellare. Il metallo non è freddo come dovrebbe; anzi, pulsa di un’energia che lascia tutti stupiti e spaventati. All’interno della nave spaziale, dispositivi finora dormienti inviano degli input alle creature in letargo. Qualche occhio si apre qua e là, ma il sonno è stato lunghissimo, e la vita si è ritirata quasi del tutto da quei corpi una volta possenti. Ecco perché gli scienziati terrestri trovano, tra i numerosi e stranissimi cadaveri, un solo alieno ancora vivo. Definirlo orribile sarebbe riduttivo, con tutte quelle zampe munite di chele, tenaglie ed altre propaggini minacciose. Ma i ricercatori non si lasciano spaventare dall’estrema diversità, e lo trasportano all’interno della loro base. Il mostro è pesante, ma non quanto farebbe supporre la sua misura; segno che dispone di ossa cave, o forse gli basta l’esoscheletro nerissimo e lucido. I reptoid, alleati di Evolution, non stazionavano ancora nell’orbita terrestre quando l’astronave aliena precipitò nei ghiacci. Adesso però rilevano, grazie alla loro tecnologia superiore, la riattivazione di alcuni tra i dispositivi alieni. I reptoid sono draghi simili a Dragonfire, sebbene di dimensioni più contenute. Le due specie, sviluppatesi su pianeti lontanissimi tra loro, sono presumibilmente imparentate. I reptoid avvisano sollecitamente Evolution di quella presenza extraterrestre, non ancora classificata. Non si tratta di rettili, perché altrimenti gli alleati di Evolution si sarebbero accorti della loro presenza molto prima. Navigatrice è una mutante, sorella di Fulminatore, che dispone dei super-poteri più indicati a localizzare con precisione l’astronave aliena. Nel frattempo, il mostro proveniente dallo spazio si è ripreso quasi completamente. Lo hanno collocato in una infermeria, dove i due medici della spedizione si apprestano a studiarlo. Gli scienziati umani non hanno però capito che il loro approccio buonista, verso tutte le forme di vita, non è necessariamente condiviso da quel gigante carnivoro. Lui vede le tenere creature carnose, prive di protezione chitinosa, come un pranzo o una merenda. I suoi antenati erano un incrocio tra le scolopendre e gli scorpioni. Animali privi di ossatura, che non hanno abbandonato quel format per evolversi. Sulla Terra, i mammiferi, i rettili, i pesci, gli anfibi e gli uccelli dispongono di una colonna vertebrale, ed i loro embrioni alla nascita sono simili, se non addirittura identici. I nostri vertebrati sono più evoluti dei crostacei, degli insetti e degli artropodi. Invece sul pianeta di provenienza di questi mostri giunti dallo spazio i vertebrati non ce l’hanno fatta a svilupparsi. Sono stati stroncati sul nascere da animalacci grandi almeno come lupi, dotati di zampe, pungiglioni e tenaglie di tutti i tipi. Il mostro osserva dall’alto dei suoi tre metri di statura i mollicci, ed ascolta i suoni che emettono, comunicando tra loro. La scolopendra-scorpione pensa solo a come fare per divorare il maggior numero possibile di quegli ammassi semoventi di appetitose proteine. L’occasione gli capita quando uno dei ricercatori getta alle ortiche tutte le precauzioni, per inoltrarsi da solo a tiro delle tenaglie dell’affamato alieno nero. Lo scienziato è un biologo, che pensa al successo che otterrà, quando racconterà ai suoi colleghi accademici di avere scoperto una forma di vita extraterrestre. Gli piacerebbe comunicare con quell’essere orrendo, che lo squadra in maniera poco promettente. Gli occhi sfaccettati dell’insetto alieno riflettono l’immagine del fin troppo curioso e sciocco umano. L’attacco giunge velocissimo, con un pungiglione che passa da parte a parte il biologo. Il veleno che gli entra in circolo è talmente potente, che inizia da subito a sciogliergli gli organi interni. Ecco perché non riesce neppure ad urlare, mentre muore in maniera estremamente dolorosa; anche perché il mostro ha già iniziato a divorarlo vivo! L’extraterrestre esoscheletrato viene però interrotto dal rumore prodotto da una porta, che qualcuno strappa dai cardini. Questo qualcuno è l’uomo bestia di Evolution, teletrasportato lì dalla Vae Victis, cacciatorpediniere e base di Evolution. Kong prende le misure del suo avversario, rendendosi conto delle sue molte armi naturali. La pericolosità dei pungiglioni e delle chele acuminate non frena però il potente mutante, che colpisce il mostro con un pugno che spezzerebbe la spina dorsale ad un umano adulto. La corazza chitinosa dell’extraterrestre regge abbastanza bene, ma si incrina. L’alieno mette a confronto la massa e la forza di Kong con quella dello scienziato che ha appena ucciso. Si chiede quindi se gli umani non siano subordinati, nella catena alimentare, ad esseri come quello grosso e peloso che lo ha appena aggredito. In risposta, il pungiglione dello scorpione-scolopendra taglia l’aria, piantandosi nel pavimento, dove pochi istanti prima Kong poggiava le sue grosse zampe posteriori. La punta del pungiglione si scheggia, ma penetra di parecchi centimetri nelle tavole di legno, usate come isolante termico. Il mutante di Evolution ha a che fare con un formidabile nemico, ma si è scontrato con esseri di potenza anche superiore. In più, Kong non è stato teletrasportato da solo in quella landa desolata e congelata. Fulminatore non ha bisogno del contatto fisico, per scatenare la sua energia micidiale. Una saetta scagliata dal mutante coglie in pieno l’alieno esoscheletrato, che non ha difese. Frigge, fuma da ogni apertura corporea, emette uno stridio assordante, quindi scappa, muovendo a grande velocità almeno sei delle sue numerose zampe. Gli spazi nella base artica sono ridotti e di sicuro non adatti a fare passare agevolmente un essere di tali misure corporee. Nonostante ciò, l’alieno corre verso l’esterno, sapendo di non potercela fare contro i poteri dei nuovi arrivati. Sfonda una porta, e si tuffa nella tormenta, a temperature bassissime. Kong e Fulminatore lo seguono a distanza, per non cadere in trappola. Infatti neppure i loro poteri mutanti sarebbero in grado di proteggerli a lungo dai rigori di un freddo, che ucciderebbe in un minuto qualunque essere umano non vestito pesantemente. I due mutanti sanno peraltro che Navigatrice ha memorizzato le specifiche emanazioni di quell’extraterrestre terrificante ed intrattabile. Evolution lo troverà; il rischio è che il super-gruppo mutante si debba accontentare di un insettone ormai congelato. L’essere nel frattempo arranca verso la sua astronave, con movimenti si fanno sempre più lenti. Lo spettro della morte si avvicina, sebbene le sue sembianze siano diverse da quelle che assumerebbe per carpire un terrestre.

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