lunedì 6 gennaio 2014
IL MISTERO ED IL SOGNO_303° episodio
La razza umana oggigiorno pare convinta di avere conquistato ciò che c'era da conquistare. Un tempo, prima delle grandi navigazioni, gli uomini e le donne non conoscevano neppure la disposizione delle terre emerse. Di conseguenza, favoleggiavano di mari senza fine, di mostri invincibili e di isole abitate da antichi ed inimmaginabili orrori. Poi, prima della scoperta del motore a scoppio, ma anche di quello a vapore, alcuni ardimentosi attraversarono gli oceani. Le carte geografiche divennero pertanto attendibili, con indicazioni sempre più precise delle correnti e dei venti. Quando infine fu possibile costruire le navi con l'acciaio e non più con il legno, ed equipaggiarle con motori potentissimi, gli umani gridarono al cielo la loro vittoria contro le paure più irrazionali. Poco importa che i nostri viaggi spaziali si siano limitati all'esplorazione appena accennata della Luna. Da ricordare, per amor di cronaca, che qualcuno dubita finanche della realtà di quei viaggi, sostenendo l'ipotesi complottista di un accurato montaggio delle riprese in uno studio televisivo. Nelle nazioni che si ritengono civili, il lavoro è sempre meno manuale, sebbene non si possa catalogare come diffusamente intellettuale. Le nazioni ricche esportano il lavoro più pesante e mal pagato verso le nazioni più povere. La fame nel mondo non è stata sconfitta, ma i militari strapagano fisici teorici, nella speranza che dai loro vaneggiamenti nascano armi estremamente micidiali. La gente si ammala e muore in modi differenti dal passato; la vita media nei paesi civili sembra allungarsi, ma avviene a scapito della qualità della vita. Carestia, Guerra, Pestilenza e Morte cavalcano indisturbati padroni della Terra. Gli abitanti delle nazioni che si autodefiniscono civilizzate tendono peraltro ad ignorare il quadro globale, preferendo soffermarsi sulla possibilità di comprare a rate il nuovo modello di smartphone o di tablet. Il superfluo riempie la vita di una miriade di consumatori, ma quelli che tirano la cinghia sono molti di più. Gli orrori, che assediavano l'uomo delle caverne sono stati relegati nei libri e nei film. Le città più grandi rimangono aperte giorno e notte, come a voler esorcizzare il buio. Ecco cosa ha sempre fatto paura agli uomini ed alle donne: le tenebre. La nostra grande razionalità si scioglie in presenza di un black out. Un semplice sovraccarico delle linee elettriche, e casa nostra precipita nel buio, come una caverna dei nostri progenitori. Ci affrettiamo a ripristinare la corrente elettrica, agendo sul tasto del contatore. Quando la luce torna, siamo felici, perché quelle cose che avevano iniziato a sgusciare da sotto i mobili, sono state scacciate dai fotoni, simbolo della nostra scienza. Durante il giorno facciamo i gradassi, invitando gli antichi mostri a farsi vedere, se ne hanno il coraggio. Però, appena il Sole tramonta, una sottile depressione risale le nostre ossa. L'inverno è la peggiore delle stagioni, dato che il freddo ed il buio cospirano contro la nostra incolumità. Il freddo porta i suoi mostri, che vorrebbero trascinarci in lande desolate, dove inseguirci fino a sfinirci, per poi succhiare ogni nostra residuale stilla di forza. Un morto per il freddo non è bello a vedersi: si vede che è morto dentro prima di morire fuori. Quando ci capita di imbatterci in un barbone, giriamo alla larga, forse sperando (nel nostro intimo più malvagio) che quella notte stessa il buio ed il freddo se lo portino via. Quello è un morto che cammina, e non lo sa ancora. Acceleriamo il passo, per rintanarci nella nostra caverna di mattoni, riscaldata dalla caldaia centralizzata; ci costa una cifra, ma quella temperatura è rassicurante oltre che necessaria. Più tardi, ci aspetta il nostro giaciglio, che ci proteggerà per tutta la notte. Le coperte sono un'ulteriore armatura, contro la quale si infrangeranno i piccoli mostri che non siamo ancora riusciti ad esorcizzare. Chiudiamo gli occhi ed il viaggio inizia, in un mondo dal quale al nostro risveglio riusciamo a riportare poco di ciò che ci è accaduto. Questo significa che dall'altra parte potremmo anche incontrare gli antichi orrori, ma il loro potere è tale da cancellare la nostra memoria quando torneremo alla luce. Se fosse vero, i mostri continuano ad esistere e si burlano della nostra presunte potenza. Dopo l'inizio della rivoluzione industriale, ma prima dei grandi conflitti mondiali, alcuni poeti e scrittori smisero di occuparsi delle vicende di tutti i giorni, volgendosi verso ciò che è avvolto dalla nebbia del mistero. Si posero dei quesiti, ai quali però non trovarono risposte. Si chiesero se l'uomo, inteso come umanità, fosse veramente diventato il padrone del mondo. Tutte quelle scoperte, avvenute in un breve lasso di tempo, illusero le masse di un'inarrestabile progresso, che ci avrebbe facilmente condotti alle stelle ed oltre. Qualche scrittore di fantascienza giunse a chiedersi se non avessimo già scoperto quasi tutto ciò che c'era da scoprire. Solo i cervellini più teneri possono credere ad una simile baggianata. Forse fu il Mistero stesso che, per sfidare questi pomposi scimmiotti, aprì una breccia tra questo ed altri mondi. Sono spiragli che si collocano sempre al limite del nostro campo visivo, quando in sogno camminiamo in corridoi semi-bui ed in vasti scantinati. Il Mistero ci irride, ma non si spreca per il popolo bue, che in sua presenza si limiterebbe ad impazzire. I poeti e gli scrittori maledetti invece sono sempre piaciuti a chi ci osserva dalle tenebre. Sono molto sensibili, e questa loro dote consente loro di descrivere meravigliosamente luoghi e sensazioni. Un bruto, convinto di essere forte come un toro, si rintanerebbe viceversa in un angolo, a biascicare e sbavare, se solo il Mistero allungasse uno dei suoi tentacoli verso di lui. Quando il Mistero contatta i più sensibili tra gli uomini, li fa cuocere a fuoco lento, prima di condannarli all'inevitabile pazzia. Circa un secolo fa, i vampiri ed i licantropi facevano meno paura del solito; non perché avessero cessato di esistere, ma perché avevano imparato a vivere con noi, porta a porta. I vampiri ed i licantropi moderni non hanno alcun bisogno di spaventarci, come facevano ai tempi dei nostri progenitori cavernicoli. Vivono la loro vita, per originale e disumana che sia. Anche loro sono il prodotto della Natura della Terra. Gli Orrori più antichi non sono viceversa cose di questo mondo, e non sono neppure fatti della nostra stessa materia. Immaginiamo un uomo che sia vissuto a cavallo tra il diciannovesimo ed il ventesimo secolo. Un uomo nato in un periodo nel quale ci combatteva ancora a cavallo, ma avverte il mutamento manifestarsi attraverso la globalizzazione dell'esistenza. Dal carro all'automobile, dalla lanterna alla luce elettrica, dai vascelli di legno a quelli d'acciaio. Questo uomo sensibile, portato più per le lettere che per la scienza, si sente emarginato dal progresso che avanza troppo veloce. Si chiude in casa e medita per lunghe notti insonni, in preda ad un'inspiegabile angoscia. Chiede aiuto e consiglio al suo medico, che gli prescrive alcune sostanze in grado di agire sull'umore. Da quel momento in avanti, la realtà si mescola alla fantasia, e la fantasia alle allucinazioni. Ode rumori che nessuno percepisce. Sciabordii prodotti da un mostro inimmaginabile, che esiste da tempo immemorabile in uno luogo, o uno stato dell'esistenza, imprigionato tra il mare e la terraferma. Questo uomo di incontestabile cultura, che non è costretto a lavorare, grazie a quella che definisce una piccola rendita, si sente quindi quasi costretto a trascorrere molto del suo tempo a scrivere racconti e libri agli orrori antichissimi. I suoi contemporanei lo considerano un pazzo o comunque un anticonformista estremo. Trova tuttavia degli altri come lui, che comunicano tra di loro via posta. In quel gruppetto di intellettuali circolano storie che sembrano nutrirsi l’una dell’altra, fino quasi a formare una mitologia quasi attendibile. A distanza di un secolo, un adolescente come tanti, alla ricerca di un modello da seguire, si aggira tra le bancarelle di libri usati. È strano che uno della sua età abbia voglia di leggere qualcosa oltre ai libri scolastici, che di sicuro limitano di molto il suo tempo libero. Antony non è però fra quelli che contestano la scuola; si rende conto dell’importanza della cultura, e si impegna negli studi, istituzionali e non. Sente il bisogno di qualcos’altro: un approccio non convenzionale. Forse Antony percepisce che sotto la realtà di tutti giorni si cela un mondo intricato e forse tenebroso. Fruga tra i libri usati, controllando la loro conservazione, il numero delle pagine e specialmente il prezzo. Quando i suoi occhi leggono “Lovecraft”, una lampadina gli si accende nella testa. Un cognome che ha già sentito da qualche parte, sebbene Antony non sappia collocare nel tempo questa nozione. Il libro, abbastanza consumato, narra le avventure di un uomo che esplora un antico castello, o per essere più precisi: ciò che sotto quell’antico castello si cela. Non lo sa ancora, ma Lovecraft presumibilmente descriveva una propria avventura, per metà reale e per metà onirica. Prima ancora di rendersene conto, il giovane acquista il vecchio libro. Il negoziante non attribuisce particolare importanza a quella transazione, e dimentica subito la faccia di Antony, perché non ha alcun motivo di ricordarla. Il negoziante non è un servo di qualche potenza occulta, e non sta cercando di precipitare giovani anime in un abisso di abiezione. Neppure Antony saprebbe descrivere il volto del negoziante, giacché il vecchio tomo calamita tutta la sua attenzione. Il libro di Lovecraft non è dotato di cariche necromantiche: è un semplice insieme di fogli di carta, sui quali sono state stampate delle parole, con normalissimo inchiostro tipografico. Tutta questa normalità però innesca effetti che dalla
normalità esulano parecchio. Antony rimane infatti travolto dalla narrazione dello scrittore, con la buona fede del giovane lettore che mai supporrebbe di essere ingabbiato in un sapiente gioco di marketing. Antony su questo ha ragione, dato che Lovecraft non ha presumibilmente scritto i suoi libri coll’intento di venderne milioni di copie, come invece fanno tanti scrittori costruiti a tavolino ed in laboratorio. Quasi senza accorgersi del trascorrere del tempo, il giovane si ritrova seduto su una poltrona di casa sua, con in mano il libro che sta leggendo alla luce di una piccola lampadina. L’ora è tarda, e sua madre non lo ha voluto interrompere. In casa tutti dormono, per cui Antony decide di fare altrettanto. Così, poco dopo aver poggiato la testa sul cuscino, il sogno piomba su di lui, come un treno. Il sognatore vede davanti a sé una valle priva di vegetazione. A terra, disseminati a perdita d'occhio, ci sono ammassi di qualcosa che non è vegetale e neppure animale. Questi ammassi si agitano in un modo che ricorda più l'agonia che precede la morte che non la vita normale. Antony cammina in mezzo a quelle cose pulsanti, che suscitano in lui un ribrezzo esagerato e quasi invincibile. Non vorrebbe schiacciare i volti che lo osservano, emergendo da un caos di frattaglie. Tutto ciò che si trova sotto i suoi piedi soffre un'agonia che sembra protrarsi dall'inizio dei tempi, tale è la rassegnazione che quei volti trasmettono. Alcuni di essi emettono suoni, simili ai lamenti ma in qualche modo differenti. La valle prosegue in salita. Lungo le ripe scoscese corrono e sgusciano verso di lui degli animaletti che gli ricordano i topi descritti da Lovecraft in uno dei suoi più famosi racconti. Esseri di questa Terra, che hanno acconsentito a collaborare con alieni imperscrutabili e senza forma. Dopo un faticoso ed interminabile cammino, Antony giunge finalmente in cima ad una collina, dove vede, con orrore rinnovato, un altare di pietra nera. Alcuni officianti incappucciati cantano una canzone, le cui parole sono differenti da quelle di ogni lingua conosciuta. Eppure quei suoni sollecitano una parte della memoria di Antony. Ricordi che non sapeva di avere, ma che affondano nella memoria atavica della nostra razza. Gli officianti premeditano di immergere i loro pugnali nel corpo della ragazzina immobile distesa sulla pietra sacrificale. Antony urla e prova a correre, per tentare di salvare quella innocente. Le gambe però non rispondono ai suoi ordini e non riesce ad avanzare. Ciò che accade subito dopo provoca in lui una grande emozione, provocandone il risveglio, ma non prima di avere assistito all'intervento degli Esploratori dei Sogni. Il miagolio selvaggio del gattino demone squarcia il tessuto del sogno, o meglio: dell'incubo. Dalla frattura, irrompono i Giovani Licantropi, accompagnati dal cagnolino cibernetico e da Clara. Rebecca, Sonia, Pedro e David hanno artigli sguainati ed occhi di brace. Gli officianti ai quali cade il cappuccio dalla testa mostrano volti degenerati, come quelli degli adoratori del male di cui parlava Lovecraft. Umani che hanno rinunciato alla loro umanità, per ottenere in cambio un potere, che ora si rivela inutile contro gli artigli dei licantropi, le zanne bioniche di Cyberdog, la spada di Clara e le fiamme del piccolo ma formidabile Braxcat. Antony non vorrebbe abbandonare la dimensione onirica, senza conoscere l'esito dello scontro. Tuttavia riesce ancora a registrare nella sua memoria l'entrata in scena del Lupo Nero. Il suo tenebroso ululato, le sue fauci enormi, le grida di disperazione dei malvagi ridotti in brandelli agonizzanti.
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